QUELLA VOLTA CHE… FRAMMENTI AUTOBIOGRAFICI - #MUSICAMENTE - Molise Web giornale online molisano

Quella volta che… Frammenti autobiografici - #musicamente

Quella volta che… Abbiamo una serata io e Rino Gaetano in un teatro di via Palermo a Roma.
Il teatro è sottoterra, si scendono delle scale e ci si ritrova in una grande sala con un centinaio di posti.
Chiaramente, essendo al di sotto del piano stradale, l’umidità è pazzesca e incide soprattutto sulle corde delle chitarre, che possono rompersi se appena sollecitate, esattamente come mi è capitato recentemente in un club di Trastevere.
Arrivo in ritardo, inizio subito a suonare con la mia Aria Jumbo bianca e, a metà del primo pezzo, TAC, si spezza la corda SOL. Non mi perdo d’animo, guardo Rino che è accanto a me, e gli chiedo se mi passa la sua chitarra.
Sorridendo sornione mi passa la sua Ibanez nera. L’afferro a volo e inizio a suonare, ma c’è qualcosa che non quadra: il SOL è spezzato: scoppio in una risata fragorosa e continuo a suonare pensando al sorrisetto di Rino divertito dalla situazione grottesca.

Quella volta che… Una trentina di anni dopo, sono in un festival blues a Trivento, Molise, intitolato “Incroci blues”.
Sono eccitato, sto per salire sul palco con la leggenda del blues Louisiana Red e con altri amici, Bruno Marinucci, Alex Britti, Chicago Beau, Tony Quercia e Roger.
Louisiana ha una vecchia chitarra elettrica degli anni ’50, la Silverstone, che sta regolando con l’ausilio di un cacciavite. Quando mi vede passare, nota la mia Takamine Santa Fe nuova fiammante comprata in USA ed esclama: “Umh…Takamine!”, allungando le mani per prenderla.
Io la tengo stretta e gli rispondo: “It's my takamine!”.
Prende posizione sul palco, seduto, io dietro di lui, in piedi, e cominciamo a suonare.
Ad un certo punto, nell’enfasi dell’esecuzione, rompo una corda e ho la brillante idea di scambiare la mia chitarra con Louisiana, quindi, mentre Chicago fa un solo d’armonica, gliela passo e lui, entusiasta la imbraccia dopo avermi passato la sua.
Quando si rende conto che manca una corda e mi vede suonare la sua Silverstone, mi sorride ammiccando, con un’espressione del tipo:
Mi hai fregato, qui il vero nero sei tu, non io!”.
Do una guardata ad Alex e Bruno e gli ridò la chitarra con un gesto plateale.
Penso: “Il vero nero sono io!

Quella volta che… Domenica pomeriggio, come sempre vado al Folk Studio in via Sacchi. Arrivo al solito un po’ prima che apra e incontro gli abitudinari fissi: Stefano Rosso e Francesco De Gregori.
In attesa dell’apertura, ce ne andiamo al baretto alle spalle dell’edificio, su piazza San Cosimato, dove beviamo, “a giro”, del whiskey.
Quando il club apre, cominciano ad arrivare i primi frequentatori, Mimmo Locasciulli, Patrizio Warren, Gianni Conti, Corrado Sannucci, Claudio Marras (il volto dell’anarchia), che abita lì sopra, e altri.
Stefano comincia a fare gli esercizi sulla chitarra corde nylon alternando le dita su e giù, per poter suonare la solita “Via della Scala” in finger picking.
Gli dico: “Senti Stè, vuoi venire con me in RCA domani?”,
Perché?” Mi fa lui,
Vorrei presentarti ai discografici e avviare una produzione, ovvero produrti un disco!
Arrivi tardi” mi risponde “ieri è venuto un certo Lilli Greco che mi ha fatto la stessa proposta e ho accettato!
Che peccato! Per un giorno non sono diventato il produttore di Stefano Rosso e Dio solo sa quanto mi sarebbe piaciuto!

Quella volta che… Sono in tour radiofonico per promuovere Ballerina. Giro per le radio d’Italia su una Citroen DS Pallas, in compagnia della mia ragazza Chicco.
Ci fermiamo prima a Grosseto, dove affronto l’intervista e mi faccio registrare una cassetta con i primi due dischi di un nuovo gruppo, i Dire Straits.
Ripartiamo, coccolati da questa “fichissima” musica e, l’indomani, raggiungiamo la Versilia. A Forte dei Marmi, accaldati, decidiamo di fare un bagno e, dopo esserci spogliati in macchina e tuffati nel primo specchio d’acqua che ci capita, quando torniamo, sembra che qualcosa non quadri.
Non è un’impressione! In auto è scomparsa ogni cosa: soldi, vestiti, valigie, dischi, cassette e addirittura le mutande sui tappeti, hanno lasciato soltanto le chiavi della macchina.
Disperati, raggiungiamo Radio Massa, dove chiediamo aiuto agli speaker, i quali, prima ci rimediano dei jeans, poi coinvolgono un loro amico, conosciuto col nomignolo di “Draculino”, che ci propone di ospitarci a casa sua per quella notte.
La casa è una sorta di castelletto nella parte alta di Massa, con mura e mobili antichi e polverosi, quadri alle pareti con ritratti di avi e scene cruente, cose che incutono timore e, nella suggestione del momento, fanno veramente paura.
Ci accoglie una governante cerulea e pallida, che pare quasi l’assistente del dottor Frankenstein, o meglio, Dracula, che ci indica il luogo dove faremo colazione l’indomani mattina.
Inorriditi e senza fiato dal terrore, entriamo in una stanza in legno antico, con pavimento scricchiolante, arazzi damascati e quadri da brivido alle pareti: sembra di essere in un film dell’orrore.
Stabiliamo di fare turni per dormire, ma nessuno dei due ci riesce perché ogni piccolo rumore o scricchiolio ci fa sobbalzare per il terrore.
Quando giunge l’alba, e poi il mattino, e poi si alza il sole, senza neanche fare colazione, ringraziamo e scappiamo via, alla volta della RCA di Bologna, dove ci daranno altri soldi per continuare il giro, con un’espressione di sollievo sul viso: “Siamo salvi, l’abbiamo scampata bella!

Quella volta che… Stiamo girando un film in Sicilia. Il titolo è “Il gioiello di Arturo”. La regia  è di Toni Occhiello. La protagonista è Antonella Ponziani, che ha già lavorato con Bevilacqua, Marco Risi e Fellini.
Mi racconta che le piace la musica e studia il sax, anzi ha delle composizioni con il suo ragazzo, bassista, che vorrebbe farmi ascoltare per essere indirizzata da qualche discografico.
Insiste anche che io conosca il suo ragazzo e, se voglio, lo fa venire da Roma per incontrarmi.
Quando le dico che va bene, lo chiama e gli chiede di prendere il primo aereo per Palermo.
Due giorni dopo, mi trovo davanti un ragazzo con capelli ricci e barbetta che si presenta: “Piacere, Max Gazzè, ti ho portato un po’ di materiale da sentire!
Ascolto le canzoni, sono del tipo avant-garde. Gli consiglio di farle ascoltare a Micocci, il quale, benché sia il padre dei cantautori, in passato si è occupato anche di musica sperimentale.
So che poi, con Micocci non si è fatto niente e con Antonella si sono lasciati, ma rimane impressa in me la forte determinazione di questo ragazzo che scavalca le montagne e i mari per realizzare i suoi sogni.

Quella volta che… Sono a Torino per promuovere un mio disco, come avviene regolarmente. Al solito, coi miei accompagnatori, promoter RCA, mangiamo nel ristorante di riferimento, ma stasera è diverso perché ci sono altri amici che si sono aggregati e ci propongono di andare in una casa del centro dove tempo addietro sono morte delle persone per lo scoppio di una bomba.
Entriamo in una casa antica signorile del centro di Torino. Un uomo ch’è in nostra compagnia sembra parlare con l’aria, va dicendo in giro per la stanza “Stai lontano!”, ma davanti non ha nessuno e fa gesti con le mani nell’aria.
A un certo punto una ragazza si stende sul divano, va in trance e comincia a parlare in tedesco con la voce di una bambina.
Lo stesso uomo di prima traduce: “Sono morta negli anni trenta a Berlino investita da un’automobile, dove mi trovo ora?
Sono terrorizzato. Chiedo ai miei amici di accompagnarmi all’aeroporto di Caselle.
Non voglio rimanere un minuto di più a Torino!
Scopro, successivamente, che Torino è la capitale della magia e, visto l’antefatto, evito di tornarci così spesso come prima.

Quella volta che… Sempre Torino, qualche anno dopo. Io, Yuki e Jorma, suoniamo nel locale Hiroshima mon amour come supporter della leggenda del blues John Mayall.
Già a Roma, abbiamo notato che John è schivo, non parla con nessuno, neanche con i musicisti del suo gruppo, i quali ce lo confermano nel camerino che condividiamo.
Bel catering, bottiglia di vino, brindisi e raggiungiamo il palco facendoci spazio fra la gente che fa straripare il locale.
Attacchiamo con un bel tiro il nostro blues italiano.
Siamo carichi ed entusiasti, la gente risponde veramente bene, con applausi fragorosi e urla, così come a Roma.
Stiamo quasi per finire il nostro setup e vediamo la band pronta per entrare, ma il leader non c’è.
Mi guardo intorno e lo vedo, torvo e con uno sguardo cattivo, che gufa accovacciato dietro la batteria, sembra quasi che provi invidia per gli applausi che riceviamo.
John Mayall, per me, è stato sempre un mito, da quando ascolto musica (nove anni?), ora che lo sto vivendo con tutti i suoi limiti, non so più cosa pensare, solo che non riesco più, dopo cinquanta’anni, ad ascoltare la sua musica.

Quella volta che… Siamo a Toronto, io e mia moglie. Siamo ospiti del direttore del Columbus Center, Pal Di Iulio, nostro amico.
Pal ci invita a pranzo al ristorante interno al Columbus, il Boccaccio.
Mentre degustiamo un antipasto, veniamo interrotti da una delle sue due segretarie, la quale lo informa che la “regina della canzone italiana” lo vuole salutare.
Lui prima le dice di farla aspettare, poi, a seguito della sua insistenza, accetta d’incontrarla.
Eccola, arriva al tavolo, in tutto il suo antico splendore lei, la regina, Nilla Pizzi!
Saluta Pal e lui a sua volta ci presenta: “Lino Rufo, un grande artista italiano, e Serenella, miei grandi amici”.
Mi sento piccolo come una formica, mi alzo, le prendo la mano e, baciandogliela, le sussurro in preda a emozione: “Onorato e incantato!”, pensando tra me e me: “Com’è strana la vita! Sono un artista RCA, ho conosciuto a Roma e in Italia tutti i personaggi più importanti, ma sono dovuto venire qui in Canada per incontrare la storia!