<![CDATA[Molise Web giornale online molisano]]>http://www.moliseweb.itit-IT <![CDATA[Quirinale, il sogno di Andrea Greco: la giurista Lorenza Carlassare Presidente della Repubblica]]> POLITICA - REGIONE
di Viviana Pizzi
 
Lorenza Carlassare Presidente della Repubblica, una giurista di alto profilo proveniente dall'Università di Padova come professoressa emerita di diritto Costituzionale. E' il sogno del grande elettore del Movimento Cinque Stelle Molisano Andrea Greco. Ce lo ha confidato in una intervista che abbiamo realizzato ieri pomeriggio a margine della conferenza stampa sulla nomina della consigliera di parità del Molise.
 
"Non è il nome ufficiale del Movimento - ha sottolineato il capogruppo alla Regione Molise- per quello si cerca la più ampia convergenza possibile sperando di non dover arrivare alla quarta chiama con il numero di maggioranza assoluta di 505 elettori, auspico che l'elezione possa arrivare prima. Il nome che ho fatto è una mia posizione personale, mi sento di spendere il nome di una donna capace non in quanto donna, non ne farei mai una questione di genere, ma in quanto persona che può essere un'ottima garante della Costituzione"..
 
Il nome ufficiale del Movimento Cinque Stelle ad oggi non esiste ancora, si attendono le ultime trattative prima di lunedì, probabilmente proprio per arrivare a un nome condiviso. Per Greco quello di Silvio Berlusconi, a tutt'oggi candidato del centrodestra a meno che non ci siano ripensamenti dell'ultima ora, è un nome "totalmente irricevibile" per il suo passato politico ma anche perché troppo presente nella vita politica del Paese. Ma avverte: "non si faccia l'errore del gioco al ribasso, ossia quello di continuare a proporre Silvio Berlusconi per poi far accettare qualsiasi altro nome alternativo". 
 
Un gioco che ci potrebbe portare alla presidenza della Repubblica un qualsiasi nome spendibile ma di una sola parte politica. Il nome invece va condiviso laddove sia possibile.
 
Ma vediamo chi è Lorenza Carlassare. Allieva di Vezio Crisafulli è stata la prima donna, in Italia a ricoprire la cattedra di diritto costituzionale Ha insegnato prima all'Università di Padova, poi a Verona e quindi a Ferrara, prima di far ritorno a Padova, nella cui facoltà di giurisprudenza ha insegnato fino alla collocazione fuori ruolo. È accademica dei Lincei, oltre che socia dell'Accademia Olimpica di Vicenza e dell'Accademia Galileiana di Scienze Lettere e Arti di Padova. Fu già proposta dal Movimento Cinque Stelle come candidata nel 2014 alla presidenza della Repubblica. Fu una fiera avversaria della Riforma Costituzionale Renzi- Boschi e fu sostenitrice del no al referendum del 4 dicembre. Ha votato invece per il sì al taglio dei parlamentari nel 2020. 

 

 

 

]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41185 Wed, 19 Jan 2022 00:00:00 +0100
<![CDATA[Bollettino #18gennaio, 1 decesso 577 nuovi casi (133 molecolari e 444 antigenici) su 1409 tamponi molecolari e 2664 antigenici, 301 guariti]]> ATTUALITà
Aggiornamento bollettino 18 gennaio ore 18:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 25214 gli attualmente positivi sono 8679 di cui 3794 da tampone molecolare Asrem e  4885 antigenici , 1 in terapia intensiva e 23 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 
Il totale dei guariti è 16003 e il totale dei deceduti è 518. Sono stati eseguiti 307761  tamponi molecolari e 283886 antigenici. Una persona deceduta: uomo di 86 anni di Campobasso. 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 1409 , i tamponi antigenici refertati sono 2664. Ci sono 301 nuovi guariti. Dei 22 ricoverati ci sono: 13 non vaccinati, 4 vaccinati con seconda dose, 5 terza dose. I positivi del giorno sono 577 di cui 133 tamponi molecolari, e 444 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino_18012022.pdf
 
 
Aggiornamento bollettino 17 gennaio ore 17:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 24637 gli attualmente positivi sono 8404 di cui 3834 da tampone molecolare Asrem e  4570 antigenici , 1 in terapia intensiva e 23 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 
Il totale dei guariti è 15702 e il totale dei deceduti è 517. Sono stati eseguiti 306352  tamponi molecolari e 283886 antigenici. Una persona deceduta: donna di 91 anni di Morrone del Sannio in malattie infettive. 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 752, i tamponi antigenici refertati sono 2460. Ci sono 235 nuovi guariti. Dei 24 ricoverati ci sono: 14 non vaccinati, 4 vaccinati con seconda dose, 6 terza dose. I positivi del giorno sono 445 di cui 35 tamponi molecolari, e 410 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino_17012022.pdf
 
Aggiornamento bollettino 16 gennaio ore 17:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 24195 gli attualmente positivi sono 8195 di cui 3961 da tampone molecolare Asrem e  4234 antigenici , 1 in terapia intensiva e 25 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 
Il totale dei guariti è 15470 e il totale dei deceduti è 516. Sono stati eseguiti 305600  tamponi molecolari e 283886 antigenici. Due persone decedute: uomo 56enne di Ururi in Terapia intensiva, donna di 74 anni di Jelsi in malattie infettive. 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 770, i tamponi antigenici refertati sono 2106. Ci sono 41 nuovi guariti. Dei 26 ricoverati ci sono: 14 non vaccinati, 4 vaccinati con seconda dose, 8 terza dose. I positivi del giorno sono 440 di cui 89 tamponi molecolari, e 351 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino_16012022.pdf
 
Aggiornamento bollettino 15  gennaio ore 17:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 23759 gli attualmente positivi sono 7796 di cui 3911 da tampone molecolare Asrem e  3887 antigenici , 2 in terapia intensiva e 23 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 
Il totale dei guariti è 15433 e il totale dei deceduti è 514. Sono stati eseguiti 304830  tamponi molecolari e 283886 antigenici. Deceduto un 54enne di Salcito a domicilio Due ricoveri in malattie infettive di Isernia e Sant'Elia a Pianisi, un dimesso di Longano. 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 1378, i tamponi antigenici refertati sono 2418. Ci sono 59 nuovi guariti. Dei 25 ricoverati ci sono: 13 non vaccinati, 3 vaccinati con seconda dose, 9 terza dose. I positivi del giorno sono 512 di cui 109 tamponi molecolari, e 403 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino_15012022.pdf 
 
Aggiornamento bollettino 14  gennaio ore 17:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 23248  gli attualmente positivi sono 7346 di cui 3854 da tampone molecolare Asrem e  3492 antigenici , 2 in terapia intensiva e 22 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 0 sono ricoverati al Gemelli Molise (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva), 0 al San Timoteo di Termoli, 0 Neuromed (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva).
Il totale dei guariti è 15375 e il totale dei deceduti è 513. Sono stati eseguiti 303452  tamponi molecolari e 283886 antigenici. Due ricoveri in malattie infettive di Larino e Termoli, nessun dimesso. 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 1169, i tamponi antigenici refertati sono 2484. Ci sono 110 nuovi guariti. Dei 24 ricoverati ci sono: 11 non vaccinati, 5 vaccinati con seconda dose, 8 terza dose. I positivi del giorno sono 507, di cui 93 tamponi molecolari, e 414 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui  bollettino_14012022.pdf
 
Aggiornamento bollettino 13  gennaio ore 18:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 22745  gli attualmente positivi sono 6949 di cui 3854 da tampone molecolare Asrem e  3095 antigenici , 2 in terapia intensiva e 20 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 0 sono ricoverati al Gemelli Molise (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva), 0 al San Timoteo di Termoli, 0 Neuromed (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva).
Il totale dei guariti è 15269 e il totale dei deceduti è 513. Sono stati eseguiti 302283  tamponi molecolari e 283886 antigenici. Tre ricoveri in malattie infettive di Campobasso, Ferrazzano e Longano, 1 dimesso. 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 1208, i tamponi antigenici refertati sono 2778. Ci sono 120 nuovi guariti. Dei 22 ricoverati ci sono: 10 non vaccinati, 5 vaccinati con seconda dose, 7 terza dose. I positivi del giorno sono 562, di cui 99 tamponi molecolari, e 463 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui  bollettino_13012022.pdf
 
Aggiornamento bollettino 12  gennaio ore 18:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 22185 gli attualmente positivi sono 6509 di cui 3857 da tampone molecolare Asrem e 2652 antigenici , 2 in terapia intensiva e 18 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 0 sono ricoverati al Gemelli Molise (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva), 0 al San Timoteo di Termoli, 0 Neuromed (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva).
Il totale dei guariti è 15148 e il totale dei deceduti è 513. Sono stati eseguiti 301075 tamponi molecolari e 283886 antigenici. Un ricovero in malattie infettive di Jelsi, 4 dimessi, e un decesso (87enne di Campobasso). 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 1474, i tamponi antigenici refertati sono 3546. Ci sono 130 nuovi guariti. Dei 20 ricoverati ci sono: 9 non vaccinati, 5 vaccinati con seconda dose, 6 terza dose. I positivi del giorno sono 727, di cui 136 tamponi molecolari, e 591 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino_12012022.pdf
 
Aggiornamento bollettino 11 gennaio ore 18:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 21463 gli attualmente positivi sono 5913 di cui 3842 da tampone molecolare Asrem e 2071 antigenici , 2 in terapia intensiva e 22 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 0 sono ricoverati al Gemelli Molise (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva), 0 al San Timoteo di Termoli, 0 Neuromed (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva).
Il totale dei guariti è 15024 e il totale dei deceduti è 512. Sono stati eseguiti 299601 tamponi molecolari e 283886 antigenici. Un ricovero in malattie infettive di Campobasso e un dimesso. 
I tamponi molecolari processati nella giornata di oggi sono 1926, i tamponi antigenici refertati sono 3432. Ci sono 73 nuovi guariti. Dei 24 ricoverati ci sono: 10 non vaccinati, 6 vaccinati con seconda dose, 8 terza dose.
 
I positivi del giorno sono 798, di cui 226 tamponi molecolari, e 572 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino-11-gennaio-buono.pdf
 
Aggiornamento bollettino 10 gennaio ore 18:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 20673 gli attualmente positivi sono 5188 di cui 3688 da tampone molecolare Asrem e 1500 antigenici , 2 in terapia intensiva e 22 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 0 sono ricoverati al Gemelli Molise (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva), 0 al San Timoteo di Termoli, 0 Neuromed (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva).
Il totale dei guariti è 14959 e il totale dei deceduti è 512. Sono stati eseguiti 297675 tamponi molecolari e 283886 antigenici. Un ricovero in malattie infettive di Palermo. 
I tamponi processati nella giornata di oggi sono 824. Ci sono 7 nuovi guariti. Dei 24 ricoverati ci sono: 12 non vaccinati, 4 vaccinati con seconda dose, 8 terza dose.
 
I positivi del giorno sono 560, di cui 68 tamponi molecolari, e 492 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino_10012022.pdf
 
Aggiornamento bollettino 9 gennaio ore 17:30
La situazione secondo i dati forniti dall'ASReM è la seguente: i positivi al tampone da Coronavirus sono 20115 gli attualmente positivi sono 4711 di cui 3702 da tampone molecolare Asrem e 1009 antigenici , 2 in terapia intensiva e 28 nel reparto di malattie infettive del Cardarelli di Campobasso. 0 sono ricoverati al Gemelli Molise (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva), 0 al San Timoteo di Termoli, 0 Neuromed (0 in terapia intensiva e 0 in subintensiva).
Il totale dei guariti è 14878 e il totale dei deceduti è 512. Sono stati eseguiti 296851 tamponi molecolari e 283886 antigenici. Quattro ricoverati in malattie infettive di Campobasso, Sessano del Molise e due a Isernia.  
I tamponi processati nella giornata di oggi sono 566. Ci sono 10 nuovi guariti. Dei 30 ricoverati ci sono: 14 non vaccinati, 7 vaccinati con seconda dose, 9 terza dose.
 
I positivi del giorno sono 303, di cui 97 tamponi molecolari, e 296 antigenici. Per scaricare il report in pdf cliccare qui bollettino_09012022.pdf
 
 
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=24900 Tue, 18 Jan 2022 18:30:00 +0100
<![CDATA[Nomina della Consigliera di parità, Pd e 5 stelle: grave non prendere una posizione condivisa da tutto il consiglio ]]> ATTUALITà
di Viviana Pizzi
 
Detto fatto, Pd e Movimento Cinque Stelle scelgono la giornata dell'elezione della presidente della Commissione Europea, l'antiabortista e forzista  Roberta Metsola, avvenuta con la più ampia convergenza, per sottolineare quello che non accade in Molise: eleggere una consigliera di parità condivisa da tutti. Pd e Movimento Cinque Stelle, insieme a una persona di centrodestra, avevano scelto la riconferma della consigliera uscente Giuseppina Cennamo, che hanno ringraziato per il lavoro svolto. Il centrodestra ha votato per la designazione di Maria Calabrese, avvocata che presta la sua opera di volontariato per il centro antiviolenza non finanziato dalla Regione Molise, Liberaluna Onlus. L'unico che, ad oggi, prende i  pochi fondi della Regione è Beefree Molise centro pubblico. Nonostante per Liberaluna Onlus siano stati stanziati 20mila euro da parte del ministero competente, soldi che a tutt'oggi sono nelle mani della Regione Molise.  
 
Per l'unica opposizione, per la prima volta insieme in conferenza stampa, la nomina era inopportuna innanzitutto perché non è stata condivisa da tutto il consiglio, come dovrebbe avvenire quando si parla di temi che non dovrebbero essere divisivi come la parità di genere. Tema presente nell'agenda 2030 e che rappresenta il futuro di un Paese che si voglia chiamare tale se civile. 
 
Il secondo problema sollevato dalla consigliera Micaela Fanelli è l'appartenenza della prossima consigliera proprio al centro antiviolenza di Liberaluna Onlus, che potrebbe inficiare l'obiettività della stessa in molte occasioni come avviene per la presidente della Commissione pari opportunità Maria Grazia La Selva. 
 
Ma alla domanda che le abbiamo posto sull'opportunità di destinare i fondi a un solo Cav ha sostenuto che "va riscritta la legge che regola il finanziamento dei Centri antiviolenza e che i fondi a loro destinati non sono sufficienti per portare avanti una seria lotta contro la violenza sulle donne". 
 
A Patrizia Manzo abbiamo chiesto conto di un'azione positiva che aveva presentato la consigliera di parità uscente: l'elezione di un presidente di Commissione uomo. La rappresentante del Movimento Cinque Stelle ha ritenuto che quella proposta "fosse utile per adeguare una legge che prevede l'ingresso di uomini in commissione ma non alla presidenza. Un'azione positiva che poneva fine a una discriminazione". 
 
Peccato però che nell'era in cui si ritiene discriminatorio che un uomo non possa essere presidente di Commissione di pari opportunità però in una Giunta regionale la presenza femminile resti una riserva indiana avvenuta soltanto per salvare il presidente Toma (ricordasi che l'assessora Calenda si trova in Giunta solo per aver ritirato una mozione di sfiducia a Toma stesso). Se  le pari opportunità in Molise significano la riduzione degli spazi femministi e femminili siamo davvero lontane dalla vera parità. Che lo sappia anche la sinistra. 
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41184 Tue, 18 Jan 2022 20:29:00 +0100
<![CDATA[Pnrr e superbonus 110%: Pd e Movimento Cinque Stelle chiedono due consigli regionali monotematici ]]> POLITICA - REGIONE
di Viviana Pizzi
 
Il consiglio regionale inizia con la richiesta di immediata discussione di una mozione del Movimento Cinque Stelle  presentata da Andrea Greco di una interrogazione sull'inserimento del consigliere Andrea Di Lucente. 
"Andremo a controllare ogni singolo affidamento - ha sottolineato Greco - ogni singolo atto da voi deciso e chiediamo di sapere cosa è successo". Successivamente ci sono le dichiarazioni del presidente della Regione Donato Toma che rigetta immediatamente le accuse. "E' nella cabina di regia perché è responsabile della digitalizzazione da molto tempo - ha sostenuto - il consigliere Di Lucente non ha rapporti all'esterno che ho io. La cabina di regia non decide assolutamente nulla, sono decisioni già prese e confezionate e noi dobbiamo solo metterle sul tappeto. Queste accuse consigliere Greco se le può anche risparmiare. Se poi si tratta soio di politica c'è libertà di espressione ma le dico che sta dicendo cose inesatte". 
 
Prima ancora la consigliera Micaela Fanelli ha chiesto un consiglio regionale monotematico proprio sul Pnrr e di nuovo l'approfondimento sul Covid visto l'aumento dei casi. Greco ne ha chiesto un altro sui fondi del 110% sul diritto di abitazione. 
 
 
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41172 Tue, 18 Jan 2022 11:48:00 +0100
<![CDATA[Centro vaccinale Cardarelli, superata quota centomila. Toma: plauso a operatori sanitari e volontari]]> ATTUALITà


Sono oltre centomila le dosi di vaccino inoculate al Cardarelli dal 27 dicembre 2020 ad oggi. Un risultato ragguardevole, reso possibile grazie ad un riuscito lavoro di squadra. Questa mattina, il presidente Toma si è recato al Centro vaccinale per testimoniare apprezzamento e gratitudine agli operatori sanitari e ai volontari per quanto fatto, con dedizione e spirito di servizio, e per quello che continueranno a fare. 
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41175 Tue, 18 Jan 2022 12:38:00 +0100
<![CDATA[Parlamento Europeo, Roberta Metsola Presidente. Patriciello: “figura autorevole”]]> POLITICA

 

 

 

STRASBURGO, 18 GENNAIO 2022 – “Sono molto felice per l’elezione di Roberta Metsola alla Presidenza del Parlamento europeo. Oltre ad essere una cara amica e collega di partito, Roberta Metsola è una politica attenta e preparata: la sua affermazione di oggi è il  segno tangibile della stima e del rispetto di cui gode tra i membri del Parlamento. Saprà onorare al meglio la grande eredità lasciata da David Sassoli”.

 

Così Aldo Patriciello, europarlamentare molisano e membro del Partito popolare europeo, al termine della votazione con cui il Parlamento europeo ha eletto alla presidenza la deputata Roberta Metsola. Classe 1979 anni, maltese, madre di quattro figli ed esponente del Partito Popolare Europeo, Roberta Metsola ha vinto al primo scrutinio grazie ad un’ampia maggioranza, ben 458 voti, diventando la più giovane Presidente del Parlamento europeo della storia.

 

“L’elezione di un Presidente proveniente da un Paese del Mediterraneo come Malta – ha dichiarato Patriciello – è un segno di continuità rispetto alla Presidenza di Sassoli: un messaggio importante sul fronte dell’impegno dell’UE verso i Paesi del sud Europa come l’Italia. Roberta Metsola, inoltre, è una donna da sempre schierata contro le ingiustizie e i soprusi: il suo impegno nel ricercare i responsabili dell’uccisione della giornalista maltese Dafne Caruana Galizia sta lì a testimoniarlo. La sua esperienza e la sua determinazione  saranno di fondamentale importanza per il buon funzionamento del Parlamento e per la necessaria collaborazione tra le varie istituzioni comunitarie. A lei le mie più affettuose congratulazioni e i migliori auguri di buon lavoro
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41176 Tue, 18 Jan 2022 12:58:00 +0100
<![CDATA[Covid, lo studio del Cnr, presto il picco dei positivi in assoluto: Molise a crescita lineare]]> ATTUALITà

Lo afferma uno studio del matematico Giovanni Sebastiani del Cnr: in Molise è impossibile prevedere quale sarà la data del picco da Covid 19 variante Omicron. Ora l'unico dato certo è che ha soppiantato quasi del tutto la presenza della Delta e che non esiste ancora alcun caso di Deltacron. La regione viene classificata a crescita lineare come Calabria e provincia autonoma di Bolzano.

Questa la classificazione  della previsione del raggiungimento del valor medio del picco dei positivi a livello regionale:

PICCO 5 GENNAIO: Umbria

PICCO 6 GENNAIO: Toscana

PICCO 10 GENNAIO: Lombardia

PICCO 11 GENNAIO: Abruzzo, Basilicata

AL PICCO (localizzazione precisa con i dati dei prossimi giorni): Emilia Romagna, Lazio, Piemonte, Sicilia

PICCO ENTRO 4 GIORNI: Provincia autonoma di Trento, Valle d’Aosta

PICCO ENTRO 7 GIORNI: Friuli Venezia Giulia, Veneto

CRESCITA FRENATA: Sardegna

CRESCITA LINEARE: provincia autonoma di Bolzano, Calabria, Molise

CRESCITA ACCELERATA: Campania, Liguria, Marche, Puglia

A livello nazionale accelera intanto la curva dei decessi, ma non avviene lo stesso per la curva degli ingressi nelle terapie intensive, probabilmente a causa delle diverse manifestazioni cliniche della variante Omicron. 

I dati aggiornati al 16 gennaio permettono di confermare e di localizzare con precisione al 6 gennaio il picco del valor medio della percentuale dei positivi ai test molecolari. L’analisi delle differenze settimanali indica che “il picco del numero medio dei positivi totali è previsto entro i prossimi quattro giorni”, osserva l’esperto.

“Come avviene di norma, c'è un'accelerazione della curva dei decessi, che segue con ritardo, quella dei positivi avvenuta nelle ultime settimane del 2021. Stranamente non si osserva un andamento analogo per la curva degli ingressi in terapia intensiva, che al contrario sembra frenare la crescita”, rileva Sebastiani. “Questa anomalia – prosegue - potrebbe essere spiegata con le diverse manifestazioni cliniche della Omicron, presumibilmente prevalente in Italia al momento. La minor frequenza di polmoniti nella omicron comporterebbe una minore probabilità di ricovero in terapia intensiva, senza pero' una conseguente riduzione dei decessi di soggetti fragili, a causa dei valori più alti dell'incidenza in combinazione con una vaccinazione con solo due dosi”.

 

]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41168 Tue, 18 Jan 2022 10:29:00 +0100
<![CDATA[L'avvocata Maria Calabrese è la nuova consigliera di parità, decisione non condivisa da Pd e 5 stelle ]]> POLITICA - REGIONE
di Viviana Pizzi 
 
L'avvocata Maria Calabrese è la designata per la carica di consigliera di parità effettiva della Regione Molise. Le legale è stata votata da 12 consiglieri di maggioranza mentre ha riportato 9 voti la consigliera di parità uscente Giuseppina Cennamo. Una scelta solo di maggioranza che non è piaciuta ai capigruppo di opposizione Micaela Fanelli ed Andrea Greco che hanno ritenuto questa decisione non autonoma e decidono di non votare per la consigliera di parità supplente.
 
"Già la commissione di parità è inutile - ha sostenuto Fanelli - ed è a servizio di un ente, ora stiamo facendo lo stesso lavoro per la consigliera di parità, dando uno schiaffo a tutte le donne e attiviste che operano nei centri antiviolenza. Non riconosco in nulla il lavoro di questa maggioranza sui diritti delle donne, che non sanno nemmeno cosa siano, proprio perché Toma ha tenuto per se la delega alle pari opportunità".
 
Il Pd ha deciso di votare scheda bianca per il supplente mentre il Movimento non ha nemmeno ritirato la scheda. Le altre amministrazioni avevano sempre dato spazio alle minoranze in queste questioni come ha sottolineato lo stesso Greco. Questa volta è stato leso il diritto delle minoranze. La supplente è Maria Teresa D'Amico. 
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41173 Tue, 18 Jan 2022 12:02:00 +0100
<![CDATA[Accadde Oggi 19 gennaio - #Almanacco]]> RUBRICHE - #ALMANACCO

Oggi il 19 gennaio la Chiesa festeggia san Marco

973 – Consacrazione di Papa Benedetto VI.
1419 – Guerra dei Cent’anni: Rouen si arrende a Enrico V d’Inghilterra che rende la Normandia parte dell’Inghilterra.
1829 – Prima del Faust di Johann Wolfgang von Goethe.
1839 – La Compagnia Britannica delle Indie Orientali conquista Aden.
1853 – Prima de Il Trovatore di Giuseppe Verdi, a Roma.
1899 – Costituzione del Sudan Anglo-Egiziano.
1920 – Il Senato degli Stati Uniti vota contro l’adesione alla Società delle Nazioni.
1935 – La Coopers Inc. vende i primi slip del mondo.
1937 – Howard Hughes stabilisce un nuovo record aereo, volando da Los Angeles a New York in 7 ore, 28 minuti e 25 secondi.
1939 – Italia: il fascismo scioglie il Parlamento, sostituendolo con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
1955 – Il gioco da tavolo Scarabeo fa il suo debutto.
1956 – Il Sudan aderisce alla Lega araba.
1966 – Indira Gandhi viene eletta Primo Ministro dell’India.
1969 – Muore lo studente Jan Palach, dopo essersi dato fuoco 3 giorni prima nella Piazza San Venceslao di Praga, per protesta contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia avvenuta nel 1968. Il suo funerale si trasformerà in un’altra grande manifestazione.
1977 – Il presidente statunitense Gerald Ford perdona Iva Toguri D’Aquino (alias Tokyo Rose).
Nevicata a Miami. L’unica nella storia della città.
1983 – Il criminale di guerra nazista Klaus Barbie viene arrestato in Bolivia.
viene annunciato l’Apple Lisa, primo personal computer della Apple Computer, Inc. ad avere un’interfaccia grafica ed un mouse.
1993 – L’IBM annuncia una perdita di 4,97 miliardi di dollari per l’anno 1992. SI tratta del più grande passivo annuo da parte di un’impresa nella storia degli Stati Uniti.
1997 – Yasser Arafat ritorna ad Hebron dopo più di 30 anni e si unisce ai festeggiamenti per la cessione dell’ultima città della Cisgiordania controllata da Israele.
 

Nati 

Mehmet Ali Agca (1958) – Terrorista turco
Julian Barnes (1946) – Scrittore inglese
Paolo Borsellino (1940) – Magistrato italiano, vittima di mafia
Paul Cézanne (1839) – Pittore francese
Auguste Comte (1798) – Filosofo e sociologo francese, padre del Positivismo
Stefan Edberg (1966) – Tennista svedese
Arturo Graf (1848) – Poeta, aforista e critico letterario italiano
Alessandro Haber (1947) – Attore italiano
Janis Joplin (1943) – Cantante statunitense
Claudio Marchisio (1986) – Calciatore italiano
Vincenzo Monti (1754) – Poeta, scrittore, drammaturgo e traduttore italiano
Roberto Murolo (1912) – Cantante napoletano
Pier Carlo Padoan (1950) – Economista e politico italiano
James Watt (1736) – Matematico e ingegnere scozzese
Raimondo Todaro (1987) – Ballerino e attore italiano
Edgar Allan Poe (1809) – Scrittore statunitense
Javier Pérez De Cuéllar (1920) – Politico e diplomatico peruviano

Morti 

William Congreve (1729) – Drammaturgo inglese
Bettino Craxi (2000) – Politico italiano
Osho Rajneesh (1990) – Mistico e maestro spirituale indiano
Tamerlano (1405) – Conquistatore mongolo

Bettino Craxi, all'anagrafe Benedetto Craxi (Milano24 febbraio 1934 – Hammamet19 gennaio 2000), è stato un politico italianoPresidente del Consiglio dei ministri dal 4 agosto 1983 al 18 aprile 1987 e Segretario del Partito Socialista Italiano dal 15 luglio 1976 all'11 febbraio 1993. Bettino Craxi è stato uno degli uomini politici più rilevanti della Repubblica italiana, oltre ad essere il politico italiano più importante degli anni ‘80. Fu inoltre il primo socialista ad aver rivestito l'incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Craxi aveva una forte sintonia con leader della sinistra europea come Felipe González e Mário Soares, e si impegnò fortemente per l'affermazione del ruolo del "socialismo mediterraneo". Coinvolto in seguito nelle inchieste di Mani pulite condotte dai giudici di Milano, subì due condanne definitive per corruzione e finanziamento illecito al Partito Socialista Italiano, e morì mentre erano in corso altri quattro processi contro di lui.

Egli respinse fino all'ultimo l'accusa di corruzione, mentre ammise di essere a conoscenza del fatto che il PSI aveva accettato finanziamenti illeciti, lamentando che "per decenni" tutti i partiti si erano finanziati illegalmente senza mai essere "oggetto di denunce", con atteggiamenti di "complicità". Il governo e il partito di Craxi vennero sostenuti anche da Silvio Berlusconi, con il quale il leader socialista aveva instaurato un rapporto confidenziale, pur rimanendone politicamente distante.

Ancor oggi, a diversi anni dalla morte, la sua memoria suscita sentimenti controversi. Quelli di apprezzamento si rivolgono a lui come precursore della modernizzazione del Paese e della politica italiana. Peraltro, sotto il suo governo, tra il 1983 e il 1987 il debito pubblico passò da 400mila a un milione di miliardi di lire e il rapporto debito-Pil dal 69% al 92%. Il successivo passaggio della lira dalla banda larga alla banda stretta del sistema monetario europeo, voluto dal governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi e la conseguente speculazione finanziaria del cosiddetto mercoledì nero resero necessaria da parte del Governo Amato una manovra da 93mila miliardi, riformando le pensioni e attuando il contestatissimo prelievo forzoso del 6 permille dai conti correnti degli italiani. Quelli di esecrazione sono cagionati dalle condanne riportate a seguito delle indagini di Tangentopoli e della sua decisione di fuggire dall'Italia.

Essendosi rifugiato ad Hammamet in Tunisia, dove morì mentre erano ancora in svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti, per i suoi detrattori egli morì latitante, mentre per i suoi estimatori fu vittima di una giustizia politicizzata, supportata dalla stampa che lo costrinsero all'esilio in Tunisia.

Benedetto Craxi nacque a Milano, presso la clinica ostetrica Macedonio Melloni, il 24 febbraio del 1934, primogenito dei tre figli dell'avvocato messinese Vittorio Craxi (1906-1992), trapiantato a Milanoantifascista e perseguitato politico, la cui famiglia paterna era originaria di San Fratello (sui Nebrodi, in provincia di Messina), e di Maria Ferrari, una casalinga di Sant'Angelo Lodigiano (nell'allora provincia di Milano), proveniente da una famiglia di commercianti e mediatori, morta nel 1971. Durante la seconda guerra mondiale, la famiglia decise di affidarlo alle cure del collegio cattolico Edmondo De Amicis di Cantù (in provincia di Como), sia per il suo carattere turbolento, sia per allontanarlo dai pericoli che la famiglia correva a causa dell'attività politica contro il regime mussoliniano in cui era coinvolto il padre.

A seguito del Proclama Badoglio, l'8 settembre del 1943, la casa dei Craxi a Casasco d'Intelvi, nel comasco, diventò un punto di riferimento per le varie famiglie ebraiche, oltreché per amici militari disertori, in fuga verso la confinante Svizzera. Dopo la Liberazione, il padre assunse la carica di viceprefetto a Milano e, successivamente, quella di prefetto a Como, dove si trasferì con la famiglia nel 1945. Pochi mesi dopo, Bettino ritornò in collegio, dapprima a Como e poi di nuovo a Cantù, arrivando ad un passo dall'entrare in seminario.

Alle elezioni politiche del 1948, suo padre fu candidato al Parlamento per il Partito Socialista Italiano, nelle liste unitarie con i comunisti del Fronte Democratico Popolare; in quest'occasione, Bettino ebbe il suo primo incontro con la politica facendo propaganda per lui. In seguito frequentò il Liceo Classico "Giosuè Carducci" di Milano, praticò la pallacanestro e, all'età di 17 anni, prese la sua prima tessera del PSI, nella sezione di Lambrate, diventandone poi funzionario. Ottenuto il diploma, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università Statale di Milano. Successivamente si trasferirà nella facoltà di Scienze politiche ad Urbino, ma a causa dell'attività politica non terminò gli studi. 

Nell'ateneo di Urbino fondò il Nucleo Universitario Socialista, entrando nel gruppo "Università Nuova", aderente al CUDI (Centro Universitario Democratico Italiano), il raggruppamento studentesco che, nei primi anni dell'UNURI (Unione Nazionale Universitaria Rappresentativa Italiana), unì le forze della sinistra frontista.

In quel periodo teneva i primi discorsi in pubblico, organizzava conferenze, dibattiti, proiezioni cinematografiche e, nel 1956, entrato a far parte del Comitato provinciale del PSI milanese, diventò anche vicepresidente nazionale dell'UNURI e dirigente della Federazione Giovanile Socialista. In seguito all'invasione sovietica dell'Ungheria, Craxi, coadiuvato da un gruppo di fedelissimi, s'impegnò per il distacco del PSI dalla politica filo-sovietica, finendo però in minoranza: la sua proposta di uscita del Movimento giovanile socialista dall'Organizzazione internazionale della gioventù democratica venne respinta. Dopo essere stato eletto consigliere comunale a Sant'Angelo Lodigiano (paese natale della madre) dal novembre di quell'anno, al Congresso nazionale di Venezia del febbraio del 1957, fu eletto nel Comitato centrale del PSI, in rappresentanza della corrente autonomista di Pietro Nenni.

Assieme ad altri giovani universitari socialisti, entrò nell'Unione Goliardica Italiana (UGI), diventando poi membro del Consiglio Nazionale, ma comunisti e socialisti massimalisti lo misero in minoranza, sia nell'UGI, quanto nell'UNURI. Nel frattempo, il partito lo mandò a Sesto San Giovanni (in provincia di Milano) come responsabile organizzativo; nel novembre del 1960, fu eletto consigliere comunale a Milano, con più di 1.000 preferenze, diventando poi assessore all'Economato nella giunta di centro-sinistra di Gino Cassinis. Nel 1961, fu escluso dal Comitato Centrale del PSI da Francesco De Martino e, nel 1963, assunse la guida della segreteria provinciale milanese del partito e, nel 1965, divenne membro della Direzione Nazionale. Nel frattempo, nel novembre del 1964, fu riconfermato consigliere comunale a Milano, proseguendo il suo impegno pubblico come assessore alla Beneficenza e Assistenza nella giunta di Pietro Bucalossi.

Nel 1966, con l'unificazione PSI-PSDI, diventò segretario provinciale del PSU milanese, affiancato dai socialdemocratici Enrico Rizzi e Renzo Peruzzotti. Per i successivi sei anni, ricoprì anche l'incarico di presidente dell'Istituto di scienze per l'amministrazione pubblica (Isap).

Nel 1968, venne eletto per la prima volta deputato al Parlamento con 23.788 preferenze nel collegio Milano-Pavia. Nel 1970, poco dopo il fallimento dell'unificazione socialista (la riunificazione del PSI coi socialdemocratici avvenuta nel 1966), diventò vicesegretario nazionale del partito, su proposta di Giacomo Mancini. All'interno del partito fu un convinto sostenitore della linea politica di Nenni e del centro-sinistra "organico", che in quegli anni governava l'Italia. Nel 1972, con l'elezione di De Martino a segretario nazionale del Partito Socialista durante il Congresso di Genova, Craxi, assieme a Giovanni Mosca, venne confermato nel ruolo di vicesegretario, ricevendo l'incarico di curare i rapporti internazionali del partito. Da rappresentante del PSI presso l'Internazionale Socialista, strinse legami con alcuni dei protagonisti della politica estera del tempo, da Willy Brandt a Felipe González, da François Mitterrand a Mário Soares, da Michel Rocard ad Andreas Papandreou. A partire da quella funzione di responsabile del PSI per gli esteri, e per tutto il seguito della sua carriera politica, appoggiò[18], anche finanziariamente, alcuni partiti socialisti messi al bando dalle dittature dei rispettivi Paesi, tra cui il Partito Socialista Operaio Spagnolo, il Movimento Socialista Panellenico ed il Partito Socialista Cileno di Salvador Allende, di cui Craxi era amico personale[20]. In omaggio all'apporto dato ai socialisti cileni, Craxi è stato insignito del Premio Allende alla memoria, al Festival del cinema latino-americano di Trieste del 2009

Nel 1976, un articolo sull'Avanti! del segretario socialista De Martino, causò la caduta del quarto governo Moro, provocando le successive elezioni anticipate, che si conclusero con una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer, mentre la DC riuscì a rimanere il partito di maggioranza relativa solo per pochi voti. Per il PSI, invece, quelle elezioni furono una pesante sconfitta: i voti scesero sotto la soglia psicologica del 10%. De Martino, che puntava a una nuova alleanza con i comunisti, fu costretto alle dimissioni e si aprì all'interno del partito una grave crisi.

Alla ricerca di una nuova identità che rilanciasse il partito, il 16 luglio il Comitato centrale del PSI si riunì in via straordinaria presso l'Hotel Midas di Roma, eleggendo quale nuovo segretario Bettino Craxi, da pochi giorni capogruppo alla Camera. La scelta del parlamentare lombardo fu frutto di una mediazione fra le varie correnti socialiste, che si presentavano fortemente frammentate e quindi incapaci di far emergere un segretario, appoggiato da una solida maggioranza. Emerse così la volontà di eleggere un "segretario di transizione" che guidasse il partito fuori dalla crisi.

Il primo a proporre il nome di Craxi fu Giacomo Mancini, che riuscì a far convergere sul suo nome anche i voti delle correnti guidate da Claudio Signorile (sinistra lombardiana) ed Enrico Manca (giovani ex demartiniani). Si opposero alla sua elezione soltanto i cosiddetti "demartiniani", ostili a colui che era considerato il "pupillo di Nenni". Comunque quest'ultimi, al momento delle votazioni, preferirono astenersi. Secondo un sondaggio commissionato da Craxi, la popolarità del partito era scesa al minimo storico del 6%. Solo dopo lo scandalo di Mani pulite il PSI scenderà più in basso. 

Craxi mostrò immediatamente le sue doti politiche, palesando di essere tutt'altro che un semplice "segretario di transizione". Nominò suoi collaboratori personalità nuove, alcune molto giovani, tanto da dare inizio a quella che sarà chiamata la "rivoluzione dei quarantenni". Si mosse con determinazione ed energia, puntando al rilancio del partito che, partendo dalla sua grande tradizione, ritrovasse il suo orgoglio e il coraggio di intraprendere nuove strade, di dare inizio a quello che il segretario stesso chiamò "il nuovo corso".

Craxi si oppose tenacemente alla politica del compromesso storico varata da Berlinguer, tendente a una sorta d'alleanza tra PCI e DC, che, fatalmente, avrebbe reso i socialisti politicamente irrilevanti.

Perciò, delineò per il futuro una linea dell'alternanza fra la DC e la sinistra, che, per quello che lui vedeva come un grave ritardo nell'evoluzione democratica del PCI, che dichiarava ancora strettamente legato all'Unione Sovietica, doveva essere guidata dal suo partito.

Anche il PSI però, per acquisire credibilità a livello internazionale e candidarsi alla guida della sinistra italiana, al pari con i grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei, doveva liberarsi delle concezioni vetero-marxiste, ormai non più al passo di una realtà sociale ed economica del tutto diversa da quella ottocentesca e della prima metà del XX secolo.

Pertanto, già nei primi mesi di segreteria, ci fu l'iniziativa di un revisionismo ideologico del partito, con la rivalutazione del pensiero socialista libertario rispetto al marxismo, che culminò nel saggio scritto dallo stesso Craxi, apparso su L'Espresso del 27 agosto del 1978, intitolato «Il Vangelo socialista», nel quale criticava aspramente le dottrine di Marx e, invece, rivalutava positivamente la figura ed il pensiero di Proudhon, sottolineando tutte le ragioni che conducevano a una sostanziale differenza tra un comunismo burocratico e totalitario ed un socialismo democratico e liberale, condannando senza appello il leninismo:

«La profonda diversità dei "socialismi" apparve con maggiore chiarezza quando i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia. Si contrapposero e si scontrarono due concezioni opposte. Infatti c'era chi aspirava a riunificare il corpo sociale attraverso l'azione dominante dello Stato e c'era chi auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà individuali [...] La meta finale è la società senza Stato, ma per giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo è, in sintesi, il grande paradosso del leninismo. Ma come è mai possibile estrarre la libertà totale dal potere totale? Invece [...] Si è reso onnipotente lo Stato [...] Il socialismo non coincide con lo stalinismo [...] è il superamento storico del pluralismo liberale, non già il suo annientamento.» 

Ciò non fece che acuire i contrasti con il PCI, già manifestatisi aspramente durante il sequestro Moro: infatti, Craxi fu l'unico leader politico, insieme ad Amintore Fanfani e Marco Pannella, a dichiararsi disponibile a una "soluzione umanitaria" che consentisse la liberazione dello statista democristiano, attirandosi addosso le pesanti critiche del cosiddetto "partito della fermezza", guidato innanzitutto dai comunisti.

In quello stesso anno, proprio mentre era in corso il sequestro Moro, si svolse a Torino il XLI congresso del PSI, in cui Craxi riuscì a farsi rieleggere segretario grazie al consolidamento del pur innaturale "asse" tra la sua corrente di "Autonomia Socialista", di ispirazione nenniana, e la sinistra lombardiana, rappresentata da Claudio Signorile e Gianni De Michelis, mentre entrava sempre più apertamente in contrasto con i demartiniani, rappresentati da Enrico Manca.

Craxi si presentò agli italiani in una maniera totalmente nuova: da un lato prese esplicitamente le distanze dal leninismo, rifacendosi a forme di socialismo non autoritario, e dall'altro si mostrò attento ai movimenti della società civile e alle battaglie per i diritti civili, sostenute dai radicali, curò la propria immagine attraverso i mass media e mostrò di non disdegnare la politica-spettacolo.

Anche il vecchio simbolo del partito venne modificato: inaspettatamente, proprio alle spalle della tribuna del Congresso di Torino, comparve un enorme garofano rosso, simbolo che faceva parte della tradizione socialista italiana già prima del 1917, che relegava in basso, in secondo piano, la falce e martello (di matrice sovietica) su libro e sole nascente.

Avviò una campagna per la "governabilità", assumendo toni sempre più decisionisti con quella che nei giornali sarà chiamata la "grinta" di Craxi; vi fu anche chi la presentò come l'unica forma di alternativa fino a quando vi sarebbe stata una "democrazia bloccata" dalla presenza del più grande partito comunista dell'Occidente.

Sempre nel 1978, in seguito alle dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, dopo un'estenuante battaglia parlamentare, Craxi riuscì a far convergere un gran numero di voti sul nome di Sandro Pertini, primo socialista a salire al Quirinale, che ottenne l'appoggio determinante del PCI, che riteneva l'anziano partigiano socialista non favorevole al "nuovo corso" craxiano, in quanto legato a una concezione "tradizionale" della sinistra.

Il 3 giugno del 1979, si svolsero nuove elezioni anticipate e il PSI arrivò al 9,8%. La settimana seguente, Craxi venne eletto europarlamentare (carica nella quale verrà rieletto poi anche nel 1989).

Nell'ambito delle trattative per la formazione del nuovo governo, il leader del PSI ricevette dal Presidente della Repubblica Pertini un mandato esplorativo, ma fu ostacolato dal PCI e dalla DC.

Il 12 agosto nacque il primo Governo Cossiga ed i socialisti si astennero; Craxi fu incalzato dai suoi stessi compagni di partito e riuscì a salvare la segreteria per pochi voti. Il 4 aprile del 1980, si formò il secondo Governo Cossiga e i socialisti tornarono al governo dopo sei anni.

Nell'aprile dell'anno seguente, al XLII Congresso del PSI di Palermo, Craxi rilanciò l'idea di una Grande Riforma delle istituzioni, dell'economia e delle relazioni sociali, della governabilità e della stabilità. Fu rieletto segretario del partito con 239.536 voti su 332.778.

L'anno successivo, alla Conferenza programmatica di Rimini, insistette sulla necessità di rimettere in moto la produzione e di combattere l'inflazione.

La nuova linea di Craxi venne duramente criticata dalla sinistra interna, ma ebbe il merito di portare il partito al buon risultato raggiunto alle elezioni politiche del 1983 (dal 9,8% all'11,4%). In seguito a ciò, Craxi, che nel 1979 aveva dovuto rinunciare al precedente incarico, chiese ed ottenne la presidenza del Consiglio e, il 21 luglio, divenne il primo socialista a rivestire tale ruolo. 

Il primo governo Craxi venne sostenuto dal Pentapartito, un'alleanza fra DC, PSI, PSDIPRI e PLI.

Quest'alleanza nasceva non da accordi pre-elettorali o da una comune identità di vedute, ma dall'opportunità, fortemente sfruttata da Craxi, offerta dal capovolgimento delle alleanze tra le correnti della Democrazia Cristiana, la cui gestione interna s'era assestata sulla linea del Preambolo di Carlo Donat-Cattin, che aveva sostenuto la necessità di "tenere i comunisti fuori dal governo"; in pratica, fu l'unica maggioranza capace di potersi formare senza coinvolgere in alcun modo il PCI. Nonostante ciò, il suo governo fu uno dei più lunghi nella storia della Repubblica e lasciò una traccia profonda nella politica italiana.

Nel maggio del 1984, al XLIII Congresso di Verona, Craxi venne riconfermato dai delegati segretario del PSI per acclamazione.

Il 5 agosto del 1983, il giorno dopo aver formato il suo primo governo, Craxi istituì il Consiglio di Gabinetto, dando seguito ad un impegno assunto con i partiti del Pentapartito nel corso delle consultazioni: «Si tratta - disse allora Craxi - di un Consiglio nel quale saranno rappresentate tutte le forze politiche; un Consiglio politico, che dovrà consentire consultazioni più rapide su tutte le questioni che saranno poi sottoposte al vaglio del Consiglio dei ministri, su tutte le questioni di indirizzo importanti. Si tratta di un organismo autorevole in cui saranno rappresentati anche i ministeri politici ed economici più importanti».

La prima riunione si svolse il 26 agosto e vi presero parte, oltre naturalmente a Craxi, il vicepresidente del Consiglio Arnaldo Forlani, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il ministro del Tesoro Giovanni Goria e il ministro dell'Interno Oscar Luigi Scalfaro, in rappresentanza della DC, il segretario del PRI e ministro della Difesa Giovanni Spadolini, il ministro dell'Industria Renato Altissimo del PLI, il ministro del Lavoro Gianni De Michelis, socialista, e il Ministro del bilancio e della programmazione economica Pietro Longo del PSDI. Facevano dunque parte del Consiglio i rappresentanti di tutti e cinque i partiti dell'alleanza di governo. Il Consiglio, in seguito, assunse un ruolo centrale e agì come sede di concertazione delle principali decisioni politiche nel successivo triennio, contribuendo alla fama di "governo forte". Presenziava alle riunioni il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato (PSI).

Furono diversi i provvedimenti varati dal governo Craxi, fra i più importanti:

  • il taglio di tre punti della scala mobile, ottenuto con la concertazione della CISL e della UIL e, inizialmente, anche della CGIL, ma duramente contestato dal PCI e dalla componente comunista della CGIL, che costrinsero l'organizzazione sindacale ad abbandonare le trattative. Per preservare la prospettiva dell'unità sindacale e non costringere la CISL e la UIL a rompere i rapporti con la CGIL e per assicurare le altre misure di contenimento dell'inflazione concordate con gli imprenditori e gli organismi economici (agevolazioni fiscali, blocco dell'aumento dell'equo canone, norme di maggior severità contro gli evasori fiscali, blocco delle tariffe pubbliche), il governo Craxi varò il cosiddetto "decreto di san Valentino". Il PCI e la componente comunista della CGIL diedero vita a massicce manifestazioni di massa, mentre i parlamentari comunisti scatenarono un durissimo ostruzionismo contro l'approvazione del decreto-legge, che passò alla fine grazie al voto di fiducia. In seguito il PCI, su iniziativa del suo segretario Enrico Berlinguer, fu il principale promotore della raccolta di firme per l'indizione del referendum abrogativo della sola parte del provvedimento relativa al taglio dei tre punti della scala mobile. Nella campagna elettorale referendaria, che si tenne nella primavera del 1985, Craxi partecipò attivamente a sostegno della sua riforma, ottenendo, con il 54,32% di NO all'abrogazione della legge, la conferma della validità del suo operato.

«Lo strenuo braccio di ferro, che il Pci gli impose intorno al decreto sul costo del lavoro, rivelò al dunque, cioè quando si giunse al referendum del giugno 1985, che Craxi era stato capito dal Paese e che la maggioranza dei lavoratori lo aveva seguito. Fu l'apogeo della sua fortuna politica.»

(Lucio Colletti)

  • Una politica economica di cui rivendicò i successi: l'inflazione nel periodo 1983-1987 scese dal 12,30% al 5,20%, e lo sviluppo dell'economia italiana vide sia una crescita dei salari (in quattro anni), di quasi due punti al di sopra dell'inflazione. L'Italia divenne il quinto paese industriale avanzato del mondo. D'altro lato però in quegli stessi anni il debito pubblico passò da 234 a 522 miliardi di euro (dati valuta 2006) e il rapporto fra debito pubblico e PIL passò dal 70% al 90%. Ciò ha fatto dire che la sua gestione del bilancio, sul punto non correttiva degli squilibri accumulatisi nei conti pubblici già nel decennio precedente, ha contribuito a provocare allo Stato l'enorme debito pubblico, decisamente superiore alla media europea; c'è chi invece distingue tra i suoi due governi nella IX legislatura e i governi a partecipazione del suo partito che gli s?ettero nella X legislatura.
  • La lotta agli evasori fiscali nel commercio al minuto, che produsse l'introduzione dell'obbligo del registratore di cassa e dello scontrino fiscale, grazie a una battaglia condotta dal ministro delle finanze, il repubblicano Bruno Visentini.
  • Il condono edilizio Nicolazzi del 1985: esso era inserito in una legge urbanistica che non fu mai realmente applicata e che aveva l'ambizione di voltare pagina rispetto al passato introducendo un sistema di regole penali e una diretta attribuzione di responsabilità alle amministrazioni comunali per la repressione degli abusi.
  • Il cosiddetto "decreto Berlusconi", varato dopo la decisione dei pretori di Torino, Roma e Pescara di oscurare i canali televisivi della Fininvest di proprietà di Silvio Berlusconi, un imprenditore milanese nel campo delle telecomunicazioni, con cui Craxi intratteneva dei solidi rapporti d'amicizia e rispetto reciproci (fece persino da testimone al suo secondo matrimonio), che consentì lo sviluppo delle televisioni commerciali a discapito del monopolio RAI. Il decreto, che stabilì dunque la legalità delle trasmissioni delle televisioni dei grandi network privati, suscitò aspre critiche da parte delle piccole emittenti private e dei costituzionalisti, e riuscì ad essere approvato dal Parlamento solo tramite il voto di fiducia.
  • La legge Bacchelli (legge 8 agosto 1985, n. 440) che ha istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, un fondo a favore di cittadini illustri che versino in stato di particolare necessità, i quali possono così usufruire di contributi vitalizi utili al loro sostentamento. Deve il nome al suo primo, previsto, beneficiario, lo scrittore italiano Riccardo Bacchelli.
  • La prima approvazione governativa per il progetto del ponte sullo stretto di Messina ed alla firma della convenzione per la relativa concessione (1985).
  • Un nuovo impulso al progetto di salvaguardia della Laguna di Venezia con la Legge Speciale (798/1984) che sottolineò la necessità di affrontare in maniera unitaria gli interventi di salvaguardia, istituendo il Comitato di indirizzo, coordinamento e controllo di questi interventi (il cosiddetto "Comitatone") e ne affidò la progettazione e l'esecuzione ad un unico soggetto, il Consorzio Venezia Nuova, al quale venne riconosciuta la competenza necessaria a gestire il complesso delle attività di salvaguardia.

Tra i progetti non realizzati di Craxi vi fu invece la grande riforma delle istituzioni.

Come ricordò anni dopo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, infatti, "il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell'assunzione della Presidenza del Consiglio, l'elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell'on. Craxi (...) non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana. La consapevolezza della necessità di una revisione apparve condivisa (...) ma (...) non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare.

Si preparò piuttosto il terreno per provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio e, su un diverso piano, significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari".

Rimase quindi "un inutile abbaiare alla luna", come lo definì Craxi stesso con amarezza, il progetto di una "grande riforma" costituzionale in senso presidenzialista, che desse maggiore efficienza in senso decisionista ai poteri pubblici italiani; non si raggiunse mai in Parlamento la maggioranza necessaria anche solo per affacciare l'ipotesi di approvazione di un testo, sul quale peraltro vi erano forti oscillazioni nello stesso entourage craxiano: vi era chi optava per il presidenzialismo all'americana e chi per quello alla francese.

Eppure, nel 1992, un'autorità in tema di scienza politica come Norberto Bobbio osservò che, rispetto alle riforme costituzionali, "non si poteva negare che Craxi fosse stato un precursore". Altro insuccesso fu la sua proposta, sulla scorta di analoghe operazioni effettivamente realizzate negli anni 1970 in Grecia e, in precedenza, negli anni 1950 nella Germania Ovest di Konrad Adenauer, della "lira pesante", un progetto per la parità uno a mille della valuta: si parlò della possibile coniazione di una moneta con l'effigie di Giuseppe Garibaldi, ma l'operazione non ebbe alcun seguito.

Con i potentati economici del Nord Italia, il rapporto fu sempre alquanto dialettico: al congresso della CGIL del 1986, Craxi accusò gli industriali di voler "lucrare senza pagare", ricevendo dalla platea sindacale un caloroso applauso e dando così l'impressione di un'efficacia redistributiva maggiore di quella che, dopo la marcia dei quarantamila, che aveva visto spuntarsi le armi del sindacalismo confederale, era promessa dal massimalismo di sinistra facente capo al PCI. Di contro, la Confindustria evidenziò polemicamente che da un lato si chiedeva agli industriali un contributo al benessere della collettività, ma a ciò non corrispondeva una buona condotta della politica nella gestione del denaro pubblico.

Infatti, dagli anni 1970 la spesa pubblica decollò e il sistema partitico non fece nulla per porvi un freno. Assai più criticati, perché rientranti in una nozione di ingerenza dello Stato nell'economia, furono gli interventi del governo Craxi per la fine del mandato di Enrico Cuccia come presidente di Mediobanca, elusa dal consiglio di amministrazione con la sua nomina a presidente onorario, e l'opposizione alla vendita della SME, il complesso alimentare dell'IRI, negoziata direttamente dal suo presidente Romano Prodi e smentita da una direttiva del Governo

In politica estera, il governo Craxi ed il personale intervento del Presidente del Consiglio "si caratterizzarono per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d'integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio europeo". Si tratta di un indirizzo che proseguì anche nei successivi governi a partecipazione socialista e che portò al deciso avallo del trattato di Maastricht nel 1992.

Craxi continuò anche la politica atlantista dei suoi predecessori. In seguito alla "doppia decisione" della NATO di reagire all'installazione degli SS-20, sin dal 1979 aveva dato l'appoggio del suo partito per l'installazione in Sicilia dei missili Cruise puntati contro l'URSS: fu da allora "che la politica italiana (e quella euroatlantica) incrocia la fase decisiva dell'iniziativa americana per l'installazione degli euromissili". Secondo Zbigniew Brzezinski, l'ex segretario di Stato di Carter, ” senza i missili Pershing e Cruise in Europa la guerra fredda non sarebbe stata vinta; senza la decisione di installarli in Italia, quei missili in Europa non ci sarebbero stati; senza il PSI di Craxi la decisione dell'Italia non sarebbe stata presa. Il Partito Socialista italiano è stato dunque un protagonista piccolo, ma assolutamente determinante, in un momento decisivo”.

Nel contempo, Craxi mantenne una linea autonoma e di attenzione ad alcune cause terzomondiste, come già lasciava prevedere prima del suo arrivo alla guida del Governo il sostegno dato all'Argentina, all'epoca sotto la dittatura militare della giunta del generale Leopoldo Galtieri, nella guerra delle Falkland, senza però interferire in alcun modo nel conflitto. Stipulò accordi con i governi della Jugoslavia e della Turchia; sostenne anche il brutale dittatore della Somalia Mohammed Siad Barre, segretario del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo.

Fornì un convinto appoggio alla causa palestinese, intrecciando relazioni diplomatiche con l'OLP ed il suo leader, Yasser Arafat, di cui divenne amico personale, sostenendone le iniziative. Obiettivo dichiarato dell'amministrazione craxiana, era quello di fare dell'Italia una potenza regionale nell'area del Mar Mediterraneo e del Vicino Oriente. In quest'ambito, tre episodi sono considerati quelli più significativi, e tutti e tre coinvolsero gli Stati rivieraschi di fronte alle coste italiane: EgittoLibia e Tunisia.

Infine il suo governo promosse il nuovo Concordato con la Santa Sede, noto come l'accordo di Villa Madama dall'omonima residenza dove nel 1984 si arrivò alla firma con il cardinale Agostino CasaroliSegretario di Stato della Città del Vaticano. Con tale revisione il cattolicesimo cessava di essere considerato "religione di Stato" in Italia, e veniva abolita la cosiddetta "congrua"; contemporaneamente veniva istituito il contributo dell'8 per mille sull'imposta IRPEF nella denuncia dei redditi, per i finanziamenti sia alla Chiesa cattolica sia alle altre confessioni, e mutato da obbligatorio a facoltativo l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche italiane. A ciò fece seguito, nel 1987, un simile concordato anche con le comunità ebraiche.

La cosiddetta "Crisi di Sigonella" rappresentò forse l'episodio più noto a livello internazionale della politica estera craxiana. Il complesso e delicato caso diplomatico avvenne nell'ottobre del 1985, appunto nella base NATO di Sigonella, in Sicilia, rischiando di sfociare in uno scontro armato tra VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e Carabinieri di stanza all'aeroporto da una parte e gli uomini della Delta Force (reparto speciale delle forze armate statunitensi) dall'altra, all'indomani di una rottura politica, poi ricomposta, tra Craxi e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, circa la sorte dei sequestratori della nave da crociera italiana Achille Lauro, che avevano ucciso Leon Klinghoffer, un passeggero disabile, statunitense ed ebreo.

Craxi riteneva che i terroristi andassero processati sotto la giurisdizione italiana, e così avvenne, anche se il loro capo, Abu Abbas, riuscì a rifugiarsi in Iraq.

Ricordando l'evento trent'anni dopo, Arnaldo Forlani ha sostenuto che "tra l'essere e l'apparire Craxi privilegiava l'essere" e che, convintosi della giustezza della sua posizione, nella circostanza agì senza accettare una maggiore condivisione nella decisione assunta.

All'epoca del bombardamento statunitense contro Tripoli, avvenuto il 14 aprile del 1986, il ruolo di Craxi fu reputato eccessivamente prudente, se non addirittura accondiscendente, nei confronti del regime di Gheddafi a seguito del lancio di testate missilistiche su Lampedusa da parte della Libia, avvenuto il giorno successivo per rappresaglia al raid statunitense, e per questo duramente criticato dalla stampa nazionale.

Oltre venti anni dopo è emersa una diversa descrizione dei fatti, secondo cui Craxi avvertì preventivamente Gheddafi dell'imminente attacco statunitense su Tripoli, consentendogli in tal modo di salvarsi.

Si tratta di una ricostruzione conforme con le note posizioni del governo italiano che considerava la dura ritorsione statunitense, scaturita dalla politica libica d'aperto appoggio al terrorismo internazionale, come un atto improprio che non doveva coinvolgere come base di partenza dell'attacco il suolo italiano. Tale versione è coerente anche con alcune ricostruzioni dei missili su Lampedusa, segnatamente quella secondo cui i missili sarebbero stati un espediente per coprire "l'amico italiano" agli occhi degli statunitensi: lo dimostrerebbe la scarsa capacità offensiva di penetrazione dei missili, che per altro sarebbero caduti in mare senza cagionare alcun danno.

Nel contempo questa tesi non spiega come facesse Craxi a conoscere l'attacco due giorni prima, visto che esso fu condotto da navi della VI flotta alla fonda nel golfo della Sirte e che ostentatamente all'epoca si disse che il governo italiano, così come tutti gli altri governi della NATO con l'eccezione di quello del Regno Unito, non era stato coinvolto nella sua preparazione. Sul punto è giunta recentemente una testimonianza diretta del consigliere diplomatico di Craxi a palazzo Chigi, l'ambasciatore Antonio Badini, secondo cui Reagan inviò Vernon Walters a informare il governo italiano dell'imminente attacco a Gheddafi e Craxi, non essendo riuscito a convincere gli statunitensi a desistere, decise di salvare la vita al leader libico per evitare un'esplosione di instabilità in un Paese islamico di fronte all'Italia.

Nel novembre del 1987, la senescenza fisica e mentale di Habib Bourguiba, "padre della patria" tunisino, indusse la diplomazia francese a cercare di "teleguidare" un proprio candidato alla successione, ma ventiquattr'ore prima della mossa francese la successione di Bourghiba avvenne con il colpo di Stato incruento di Zine El-Abidine Ben Ali che prese il potere mantenendolo per oltre 23 anni (fino al gennaio 2011), Craxi offrì immediatamente a Zine El-Abidine Ben Ali il necessario sostegno internazionale.

Dieci anni dopo le memorie dell'ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del Sismi, rivelarono che non solo si era avuto il prematuro e concordato riconoscimento internazionale italiano del nuovo governo tunisino, ma addirittura la scelta del nuovo Presidente "bruciando sul tempo" il candidato di Parigi..

Una nuova crisi esplose nel 1986Ciriaco De Mita, il segretario della Democrazia Cristiana, ottenne che il secondo incarico conferito dal nuovo Capo dello Stato Francesco Cossiga a Craxi fosse vincolato a un informale "patto della staffetta", che avrebbe visto un democristiano alternarsi alla guida del governo dopo un anno, per condurre al termine la legislatura. Dopo aver taciuto per mesi intorno a questo patto, avallandone implicitamente l'esistenza, Craxi sconfessò l'accordo in un'intervista a Giovanni Minoli nella trasmissione Mixer del 17 febbraio del 1987.

La sfida così pubblicamente lanciata ricompattò la DC e fu raccolta da De Mita, che fece nuovamente cadere il governo e, con un governo Fanfani, portò il Paese alle urne; con un gesto di sfida Craxi dichiarò che non gli interessava guidare il governo durante il periodo elettorale perché "non stiamo in America latina, dove è il prefetto che decide l'esito delle elezioni in una provincia". Il 14 giugno 1987 il risultato elettorale premiava l'operato craxiano: infatti il PSI saliva al 14,3% dei consensi.

La fine del governo Craxi portò ad attestazioni di stima e di rammarico per la sua caduta da parte di diversi giornali stranieri, come Le MondeThe Wall Street JournalFinancial Times

Dal 1987 in poi la DC non fu più disponibile a dare la fiducia a Craxi, preferendo sostenere come presidente del Consiglio prima Giovanni Goria e poi Ciriaco De Mita. Fu solo uno degli episodi degli scontri fra De Mita e Craxi, spiegabile forse nel fatto che il leader democristiano era anche il punto di riferimento della sinistra DC, quella cioè più vicina al PCI. Anche alla luce di questo orientamento, Craxi resse il gioco a Forlani ed Andreotti nella progressiva sottrazione a De Mita della segreteria DC e poi della Presidenza del Consiglio.

In questo periodo scrisse molto per l'Avanti!, firmando i suoi taglienti corsivi con lo pseudonimo "Ghino di Tacco" (attribuitogli dal direttore de la Repubblica Eugenio Scalfari).

Di quella stagione di decisionismo senza Craxi presidente rimase agli atti l'approvazione della modifica dei Regolamenti parlamentari che abolì il voto segreto nell'approvazione delle leggi di spesa; invano richiesta da Craxi negli anni da Presidente del Consiglio, fu conseguita grazie alla sua politique d'abord, di attacco al governo De Mita.

In questi anni Craxi ottenne importanti ruoli alle Nazioni Unite: fu rappresentante del segretario generale dell'ONU Peréz de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di sviluppo (1989); successivamente svolse l'incarico di consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e del consolidamento della pace e della sicurezza (rinnovatogli nel marzo 1992 da Boutros Ghali).

Il ritorno al governo della Democrazia cristiana fu accompagnato da un'accentuata conflittualità, all'interno dell'alleanza col PSI: Craxi inaugurò una tecnica di "movimentismo" (corredata di frequenti minacce di crisi di governo, che rientravano dopo aver ottenuto dal partner di governo le concessioni richieste), che fu definita "rendita di posizione". Conseguenze furono importanti battaglie condotte - al di fuori del vincolo di maggioranza - a fianco di alleati occasionali: quella sulla responsabilità civile dei giudici a fianco di Pannella, quella sulla chiusura delle centrali nucleari a fianco dei Verdi, ambedue coronate dal successo referendario; quella sull'ora di religione e quella sulla penalizzazione del consumo di droghe a fianco dell'ala conservatrice dello schieramento politico.

Ma la sensazione che se ne trasse fu di un'estrema disinvoltura tattica, lontana dalla rimozione delle cause del dissesto del Paese e finalizzata solo ad acquisire vantaggi elettorali. La traduzione di questi vantaggi in cariche pubbliche - secondo un metodo di spartizione assai accurato e, quel che è peggio, generalizzato a tutti i livelli della vita politica, sia nazionale che locale, con capovolgimenti di alleanze locali in base a esigenze nazionali - era foriera, invece, di un'estremizzazione dei vizi partitici già intrinseci al sistema politico italiano.

Uno degli assunti più reiterati della retorica craxiana - la facile polemica sull'assemblearismo e il consociazionismo, che aveva "favorito nel nostro paese rendite di posizione (...) di coloro che hanno amministrato senza doverne dare troppo conto all'opposizione, che assai spesso è pervenuta ad accordi con la maggioranza", ritardando o impedendo la modernizzazione del Paese - veniva quindi controbilanciato da un fenomeno gravido di conseguenze proprio sul piano dell'efficienza del sistema: "la formazione della volontà politica non avviene più attraverso un processo pubblicistico e collegiale, quanto piuttosto attraverso un processo privatistico e contrattuale".

Persino un momento di trasparenza della vita politica come l'abolizione del voto segreto nell'approvazione delle leggi di spesa - per il quale Craxi insistette fino ad ottenere, nel novembre 1988, l'apposita revisione dei regolamenti parlamentari - fu guardato con sospetto dall'opposizione parlamentare: ci si chiese se "l'estensione del voto palese andrà nel senso di rafforzare l'elemento pubblicistico e collegiale, oppure se la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica saranno chiamati semplicemente a ratificare accordi raggiunti nell'ambito delle coalizioni governative".

A partire dalla vittoria elettorale del 1983, con la crescita di consenso per il PSI, all'interno del partito socialista non vi furono correnti organizzate dichiaratamente in opposizione a Craxi, tanto che nei successivi congressi, egli fu sempre rieletto con votazioni quasi unanimi; l'unica corrente ufficialmente non craxiana rimase quella di Michele Achilli, con meno del 2% degli iscritti. A porsi contro Craxi rimasero alcuni esponenti, anche prestigiosi, che condussero solitarie battaglie. Uno su tutti Giacomo Mancini, che esclamò in un congresso "Questo non è più il partito socialista italiano; è il partito craxista italiano".

Anche fra i sostenitori di Craxi vi era coscienza della grande autorità che aveva il segretario nel partito, senza precedenti nella storia del socialismo italiano. Tuttavia l'apparente unanimismo craxiano si basava su una sostanziale frantumazione del partito in periferia: a fronte dell'adesione di tutti i leader regionali e locali del PSI alla politica del Segretario nazionale, questi era costretto a lasciar campo libero nei territori ai vari esponenti socialisti locali, che magari avevano un passato ideologico demartiniano, manciniano o lombardiano, la cui adesione al craxismo era legata solo alla constatazione della sua buona riuscita a livello elettorale e di competizione di potere con la DC.

Ciò fu reso evidente dal fallimento della proposta di "autoriforma" del PSI, portata avanti, su mandato di Craxi, dal vice-Segretario socialista Claudio Martelli nel 43º Congresso di Verona del 1984, nella quale tutti gli esponenti locali videro il tentativo della Segreteria nazionale di voler mettere sotto controllo il Partito a livello territoriale, prospettiva alla quale si ribellarono, sabotando nei fatti le conclusioni congressuali, peraltro già molto più blande rispetto alla proposta iniziale. “Tutto il partito sta sulle mie spalle”, denunciò Craxi nel 1990.

All'inizio degli anni 1980, Craxi – che già nel 1979 aveva avviato una revisione ideologica, inneggiando al socialismo umanitario di Proudhon in luogo di quello scientifico di Marx – proseguì e incoraggiò una revisione anche estetica del partito. Ad esempio, vennero cancellati dal programma politico del PSI alcuni termini che potevano ricondurre al marxismo; venne eliminato il termine autonomismo che venne sostituito con la parola riformismo. Venne inoltre abolito il termine "Comitato Centrale" (perché esso riconduceva immediatamente alla struttura dei partiti comunisti), sostituito dal più neutro "Assemblea Nazionale", nella quale entrarono a far parte oltre ai politici anche uomini dello spettacolo, della moda, dello sport e della cultura; per l'Assemblea Nazionale del 1991 Rino Formica coniò l'eloquente immagine di una "corte di nani e ballerine".

Gli appuntamenti congressuali e le assemblee di partito furono caratterizzate dalle celebri scenografie ideate dall'architetto Filippo Panseca, con alcuni eccessi di spettacolarizzazione che furono (sommessamente) criticati dai suoi stessi compagni di partito.

«È immensa come una nave, oblunga e travolgente e sarebbe impossibile vedere lui (Bettino Craxi) se non irradiasse la sua immagine elettronica dall'enorme piramide multimediale dell'architetto Filippo Panseca»

(Giuseppe Genna, Dies irae)

Fu abbandonato il tradizionale anticlericalismo socialista (con l'approvazione del nuovo Concordato) e fu ridotta e infine eliminata (dal 1986) la falce e martello dal simbolo storico del PSI, riportando in auge l'antica simbologia del socialismo ottocentesco del garofano rosso, che da allora divenne emblema del partito. Soprattutto dopo il 1989, (quando cadde il muro di Berlino), ritenendo ormai prossima la crisi del PCI, nelle intenzioni di Craxi entrò anche il lancio di un progetto di riunificazione della sinistra, con la parola d'ordine dell'"unità socialista", scritta che fu inserita nel simbolo del partito, eliminando la dicitura di "Partito Socialista Italiano" e mantenendo solo la sigla "PSI".

Il rapporto assai travagliato con il PCI risale agli anni della guerra fredda, quando citando Guy Mollet Craxi aveva sostenuto che "I comunisti non sono a sinistra, sono a est": ma furono "i comunisti della seconda generazione, quella dopo Togliatti e Longo", quelli che "non apprezzano la sua posizione e gliela fanno pagare cara, avvalendosi anche dell'implacabile collaborazione del direttore di Repubblica, che pure nei lontani anni 1960 era stato fraternamente appoggiato da Craxi, con Lino Jannuzzi, nella campagna elettorale" (sia Eugenio Scalfari che Lino Jannuzzi nel 1968 vennero fatti eleggere in Parlamento dal PSI, al fine di evitare loro il carcere, fornendogli l'immunità parlamentare per la condanna − rispettivamente a 15 e a 14 mesi di reclusione – per il reato di diffamazione a mezzo stampa comminata loro in relazione alla denuncia nel 1967 sul settimanale "L'Espresso" del cosiddetto "caso SIFAR").

Lo stimolo continuo al PCI affinché si trasformasse in un partito della sinistra europea in senso occidentale era impresso da Craxi con una metodica scevra dalle sudditanze politiche dei suoi predecessori, giovandosi anche della posizione di potere acquisita dal PSI nei lunghi anni di governo con la DC. Tale proposta politica venne rifiutata dai comunisti, tanto che la posizione socialista è stata descritta dall'esponente comunista Claudio Petruccioli come una disperante sindrome da "riserva indiana", in cui il PSI costringeva in un ghetto politico il PCI ponendosi "all'imboccatura della valle" della politica di governo ed esigendo un pedaggio democratico che non gli venne mai concesso.

Al contrario, Craxi fu favorevole all'entrata del neonato Partito Democratico della Sinistra nell'Internazionale Socialista (di cui lo stesso leader socialista fu vicepresidente fino al 1994), proprio perché considerava positivo il definitivo distacco dell'ex PCI dalla tradizione comunista e l'apertura di un rapporto non più solo da "osservatori" tra il PDS e i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti.

Il PCI guidato da Achille Occhetto rifiutò il progetto di Craxi di costituzione di un unico grande partito della sinistra democratica in Italia (essendo venute meno le ragioni, tutte relative allo schieramento a livello internazionale, della scissione di Livorno del 1921 e della scissione di Palazzo Barberini del 1947). Esso invece diede vita al PDS che, pur richiamandosi al socialismo democratico europeo, mantenne e, anzi accrebbe la polemica e l'aggressività nei confronti del PSI craxiano, accusato di perseguire una strategia annessionistica verso il nuovo partito.

Tale valutazione, alquanto irrealistica se si tiene conto dei rapporti di forza fra i due partiti (nelle elezioni politiche del 1987 il PCI aveva conseguito il 26,57% dei voti, il PSI il 14,27%; nelle regionali del 1990 il PCI aveva conseguito il 23,99%, il PSI il 15,30%), venne avvalorata da alcuni passi falsi dei socialisti, come il tentativo di far aderire al PSI Gianfranco Borghini, esponente dell'ala "migliorista" del PCI (alla fine fu solo suo fratello, Giampiero Borghini, ad iscriversi coi socialisti), tentativo particolarmente criticato dai riformisti del PCI, che lo considerarono un'aggressione da rintuzzare con decisione.

Il progetto di alcune limitatissime liste comuni, sperimentato nelle elezioni amministrative del 1992 (dove non riscosse molto successo), naufragò definitivamente in seguito alle inchieste di Tangentopoli.

In tale occasione, a parte un iniziale momento di sbandamento dovuto al presunto coinvolgimento di alcuni importanti esponenti comunisti nelle inchieste (Barbara PollastriniMarcello StefaniniPrimo Greganti), gli ex PCI pensarono solo ad approfittare dello sfaldamento del PSI, cercando di sostituirsi ai socialisti in tutte le posizioni che questi erano costretti a lasciare, sia a livello istituzionale che politico: ad esempio, nel 1994 il segretario della "Quercia" Achille Occhetto sostituì Craxi alla vice-presidenza dell'Internazionale Socialista.

Nel 1989, Craxi torna alla carica contro la maggioranza della Democrazia cristiana espressione della sinistra interna: è deciso a ritornare a Palazzo Chigi, ma per farlo deve scalzare De Mita dalla guida del governo e del partito. Forma perciò con i democristiani Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani un'alleanza di ferro: il C.A.F. (dalle iniziali dei cognomi dei tre protagonisti), che fu definita la "vera regina d'Italia".

Al Congresso di Milano di maggio Craxi fu rieletto segretario di partito con il 92% dei voti rilanciando il tema della Grande Riforma, puntando all'elezione diretta del presidente della Repubblica e auspicando la riforma dei regolamenti parlamentari in modo da rendere più agevole l'azione dei governi.

Fece approvare una mozione che - anche per le modalità con cui viene illustrata dal fidatissimo vicesegretario Claudio Martelli, allora considerato il suo delfino 'in pectore' - suonò come esplicita sfiducia al governo De Mita.

De Mita rassegna le dimissioni da Presidente del Consiglio, dopo che aveva perso già la segreteria democristiana che era andata nelle mani di Arnaldo Forlani, alleato di Andreotti. Quest'ultimo assume la guida di due governi che reggono fino al 1992. Sono anni "di assoluto immobilismo": il governo sembra incapace di prendere decisioni concrete; nel Paese si diffonde un forte malcontento, accentuato dai sospetti emersi con lo scandalo Gladio. Craxi confida apertamente in un logoramento democristiano e spera nella possibilità di portare il partito socialista al centro della scena politica, assumendo quel ruolo-guida, che fino a quel momento apparteneva alla Dc.

Si mostra fiducioso di sé, anche quando il referendum sulla preferenza unica, promosso da Mario Segni – al quale Craxi si era opposto invitando gli italiani ad "andarsene al mare" – raccoglie invece un larghissimo consenso. Il progetto di Craxi, coltivato a lungo, non si sarebbe però mai realizzato: secondo Giuliano Amato, dopo il crollo del muro di Berlino si finì per contare "più sulla definitiva disfatta dell'ex Pci che non sulla prospettiva di assumere noi la guida della sinistra. Sbagliammo: invece di attendere che il cadavere del Pds passasse sul fiume, avremmo dovuto invocare noi le ragioni della convergenza".

Nella stessa circostanza Amato affermò che "forse ebbe un peso anche la sua malattia, molto seria, alla quale teneva testa solo grazie alla sua fibra veramente robusta, perché nei fatti non si curava, era sregolatissimo. Mi venne detto da medici esperti che l'incedere del diabete determina anche incertezze nuove nel carattere delle persone che ne soffrono. Può essere dunque che il suo ritrarsi da una decisione rischiosa fosse anche la conseguenza di un cattivo stato di salute"; in effetti, all'agosto 1990 risale il primo ricovero di Craxi al San Raffaele di Milano per le complicazioni derivate dal diabete mellito che l'avrebbe portato alla morte dieci anni dopo.

Un'altra chiave di lettura è invece quella secondo cui "per un cattivo governo il momento più pericoloso è sempre quello in cui comincia a riformarsi", secondo la "legge" enunciata da Alexis de Tocqueville e di cui in quegli stessi anni sperimentarono la fondatezza altre "democrazie bloccate" come il Giappone monopolizzato dal partito liberaldemocratico. La recessione economica, la crisi politica della Prima Repubblica, l'aumento del già abnorme debito pubblico e l'affermazione delle liste regionali (in particolare la Lega Lombarda) causarono il crollo del sistema politico di cui egli fu grande protagonista; inoltre, le inchieste giudiziarie avviate nei suoi confronti causarono la sua caduta, stavolta definitiva.

L'epicentro del potere socialista e craxiano era Milano, centro nevralgico della finanza e degli affari, con il cui ambiente il PSI finì per identificarsi. Nel dicembre del 1986 si avvicenda alla guida del comune Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, sostituendo Carlo Tognoli, con una giunta pentapartito. Il 17 febbraio 1992, l'ingegnere Mario Chiesa, esponente del PSI, già assessore del comune di Milano con l'ambizione alla poltrona di sindaco, viene arrestato in flagrante per aver intascato una tangente da una ditta di pulizie.

Craxi al TG3 del 3 marzo, a un mese dalle elezioni politiche, commenterà sostenendo che «una delle vittime di questa storia sono proprio io [...] Mi trovo davanti a un mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito che a Milano, in 50 anni, non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione». Il 23 marzo Chiesa inizia a confessare svelando ai pubblici ministeri dell'inchiesta Mani Pulite il complesso sistema di tangenti che coinvolgono i dirigenti milanesi del PSI. Craxi, fiducioso che il crollo della DC sia imminente, organizza una massiccia campagna elettorale, puntando alla presidenza del Consiglio. Il 6 aprile l'intero Quadripartito del governo Andreotti VII esce dalle urne con un clamoroso 48,8%. Il PSI, dal canto suo, passa dal 14,3 al 13,5%, ma a Milano c'è già un crollo di oltre 5 punti (dal 18,6 al 13,2%).

«Un piccolo calo» commenta Craxi «rispetto alla crisi dei partiti di governo». In virtù di questo, Craxi chiede la guida del nuovo governo, per poter portare «l'Italia fuori dal caos». Ma il nuovo presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiuta di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti. Craxi è costretto a farsi da parte; al suo posto viene nominato il socialista Giuliano Amato.

Dal maggio 1992 Mani Pulite era però ormai una questione nazionale, tanto da spingere Craxi il 3 luglio 1992 alla Camera, durante il discorso di fiducia al governo Amato I, a chiamare in correità tutto il Parlamento: secondo lui, all'ombra di un finanziamento irregolare ai partiti e al sistema politico, "fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e di concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati. E tuttavia, d'altra parte, ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale". Questa la parte saliente del discorso alla Camera dei deputati del 3 luglio 1992:

«Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.»

(Bettino Craxi)

 

Il giuramento

Il giuramento, cui Craxi sfidò tutto il Parlamento, non fu raccolto da nessuno, ma fu per anni sentito come un silenzio ipocrita. Secondo Gerardo D'Ambrosio il discorso craxiano fu «onesto», mentre il silenzio altrui era dovuto al fatto che «in quel periodo gli altri partiti speravano di farla franca, anziché affrontare il problema lasciarono Craxi solo». Per Giorgio Benvenuto il discorso fu "simile a quello di Aldo Moro quando affermò con orgoglio che non accettava che la dc fosse processata. Craxi distinse tra malaffare e finanziamento della politica. Ammise le responsabilità. Nel Parlamento gli esponenti dei vari partiti più che ignari furono ignavi" nel non accogliere il suo invito a dire la verità.

Per Piero Ostellino il discorso conteneva anche un appello "all'etica della responsabilità"un appello che "non è stato colto, per opportunismo e per viltà, ieri; non è colto, per conformismo e per incultura, oggi". Secondo Piero Fassino, in quell'occasione «non c'è dubbio che ci fu un silenzio assolutamente reticente e ambiguo da parte di tutta la classe politica davanti al discorso che Craxi fece alla Camera e nel quale disse con parole crude che il problema del finanziamento illegale non riguardava soltanto il PSI ma l'intero sistema politico».

In un corsivo sull'Avanti! – firmato con il consueto pseudonimo "Ghino di Tacco" – attaccò gli inquirenti e Di Pietro: "non è tutto oro quel che luccica". Questo attacco, cui fece seguito il giudizio riferito da Rino Formica circa il "poker d'assi" che Craxi aveva mostrato in una direzione del suo partito sul conto di Di Pietro, non riuscì a emanciparsi dall'impressione che Craxi difendesse se stesso non con i fatti, ma con vaghe teorie "complottistiche", volte a chiamare a raccolta sostenitori politici che non vennero mai allo scoperto.

L'impotenza politica di Craxi si accentuò quando la situazione processuale precipitò a causa della sua chiamata in correità, fino a quel momento solo adombrata: il 15 dicembre 1992 Craxi ricevette il primo degli avvisi di garanzia della Procura di Milano.

Il sentimento anticraxiano esplose nel Paese: "fu un autentico contagio di massa, un meccanismo accusatorio" nel quale "non passava giorno senza che Craxi incontrasse per strada giovinastri che gli gridavano «Ladro!» mostrandogli i polsi incrociati. Nacque una specie di ritualità” nella pubblica riprovazione, tanto che un giorno "il sosia televisivo Pier Luigi Zerbinati si nascose in un'auto per paura di essere scambiato per Craxi".

Il nuovo governo ebbe vita tormentata fin dagli inizi. Poco dopo l'avviso a Craxi - arrivato a dicembre 1992 - una "pioggia di avvisi di garanzia" cadde sulle teste dei principali leader politici nazionali. Il PSI venne travolto dalle inchieste; la sua dirigenza fu letteralmente decimata e perse la guida del governo dopo la mancata firma del presidente Scalfaro al decreto Conso che mirava a una "soluzione politica" depenalizzando il finanziamento illecito ai partiti.

Il 23 marzo 1993 gli avvisi di garanzia - tutti per episodi circostanziati di corruzione e finanziamento illecito di partito - erano diventati 11, ma già l'11 febbraio 1993 Craxi si era visto costretto a dimettersi dalla segreteria del PSI. Anche gli altri due componenti del cosiddetto CAF, Forlani e Andreotti, verranno raggiunti in quel periodo da informazioni di garanzia, il primo nell'ambito del processo per tangenti negli appalti Eni-Snam-Autostrade, il secondo con l'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso: Forlani fu assolto dai capi di imputazione a lui ascritti; per Andreotti fu dichiarato il non doversi procedere per i fatti avvenuti prima del 1980, mentre per i fatti successivi fu assolto.

Craxi stesso ricevette una ventina d'avvisi di garanzia e dopo aver accusato la Procura di Milano di muoversi dietro "un preciso disegno politico", si presentò alla Camera il 29 aprile del 1993, lo stesso giorno del giuramento del governo Ciampi, e in un famoso discorso della durata di cinquantatré minuti proclamò: «Basta con l'ipocrisia!»; tutti i partiti – secondo Craxi – si servivano delle tangenti per autofinanziarsi, «anche quelli che qui dentro fanno i moralisti». La sua linea di difesa fu incentrata sulla tesi secondo cui i finanziamenti illeciti sarebbero stati necessari alla vita politica dei partiti e delle loro organizzazioni per il mantenimento delle strutture e per la realizzazione delle varie iniziative; il suo partito non si sarebbe discostato da questo generale comportamento e, quindi, più che dichiarare sé stesso innocente, Craxi giungeva a sostenere che egli era colpevole né più né meno di tutti gli altri[111].

In altre parole, egli si dichiarò colpevole, anche davanti ai giudici, solo di finanziamento illecito al PSI, ma negò sempre ogni accusa di corruzione per arricchimento personale. Il 29 aprile 1993, la Camera dei deputati negò l'autorizzazione a procedere per quattro dei sei procedimenti intentati nei suoi confronti – le uniche richieste che passeranno (per soli due voti) furono quella di procedere per i fatti di corruzione accaduti a Roma e quella per i fatti di illecito finanziamento del partito –, provocando l'ira dell'opinione pubblica e facendo gridare allo scandalo numerosi quotidiani

Nella stessa aula seguirono momenti di tensione, con i deputati della Lega e dell'MSI che gridavano "ladri" ai colleghi che avevano votato a favore di Craxi. Alcuni ministri del governo Ciampi si dimisero in segno di protesta. «Dopo l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della storia repubblicana», scrisse Eugenio Scalfari.

Il 30 aprile 1993 in tutt'Italia si svolsero manifestazioni di dissenso per il voto della Camera del giorno prima: a Roma circa 200 giovani dell'istituto Einstein sostarono in piazza Colonna scandendo slogan contro governo e Parlamento; un altro centinaio protestarono davanti alla sede del PSI in via del Corso; un terzo gruppo, proveniente dal liceo Mamiani, percorse in corteo il centro storico, soffermandosi anch'esso davanti alla sede del PSI, venendo però disperso dalle forze dell'ordine. Ci furono anche una manifestazione del Movimento Sociale Italiano nella galleria Colonna - seguita da un incontro stampa del segretario Gianfranco Fini per sottolineare l'impossibilità di tenere in vita questo parlamento - ed un piccolo corteo, organizzato dalla Lega Nord, che sfilò infine da piazza Colonna al Pantheon.

Un'altra dimostrazione - tenuta in serata per iniziativa del PDS, la cui riunione di segreteria era stata per l'occasione sospesa - fu autorizzata in piazza Navona, dove diverse migliaia di persone si radunarono per ascoltare i discorsi del segretario del PDS Occhetto, di Francesco Rutelli e di Giuseppe Ayala: tutti loro avevano incitato i presenti a protestare contro il voto parlamentare a favore dell'ex Presidente del Consiglio. In coincidenza con la fine del comizio tenutosi a Piazza Navona, dalla stradina latistante alla chiesa di San Nicola dei Lorenesi una folla invase Largo Febo e attese Craxi all'uscita dell'hotel Raphael, l'albergo che da anni era la sua dimora romana.

Quando Craxi uscì dalla porta principale dell’albergo, i manifestanti lo bersagliarono con lanci di oggetti, insulti e soprattutto monetine e cantilene irridenti. Con l'aiuto della polizia, Craxi riuscì a salire sull'auto e poi lasciò l'hotel. Quest'episodio, ritrasmesso centinaia di volte dai telegiornali, viene considerato il punto finale della vita politica di Craxi. Egli stesso definì quanto aveva subito "una forma di rogo" in un'intervista a Giuliano Ferrara trasmessa su Canale 5.

Nel corso del 1993 e a seguito della sua testimonianza al processo Cusani emersero sempre più prove contro Craxi: con la fine della legislatura e l'abolizione dell'autorizzazione a procedere, si fece sempre più vicina la prospettiva di un suo arresto. Il 15 aprile 1994, con l'inizio della nuova legislatura in cui non era stato ricandidato, cessò il mandato parlamentare elettivo che aveva ricoperto per un quarto di secolo e, di conseguenza, venne meno l'immunità dall'arresto.

Il 12 maggio 1994 gli venne ritirato il passaporto per pericolo di fuga, ma era già troppo tardi perché Craxi, si seppe solo il 18, era già in Tunisia, ad Hammamet, protetto dall'amico Ben Alì; già il 5 maggio era stato avvistato a Parigi, dato che inizialmente era intenzionato a chiedere asilo politico alla Francia.

Il 21 luglio 1995 Craxi sarà dichiarato ufficialmente latitante. Ci fu anche chi disse già dal 1993, cosa subito smentita, che Craxi volesse candidarsi al parlamento europeo nelle file del Partito Socialista francese. La fuga all'estero del leader socialista fu un modo per sottrarsi all'esecuzione delle condanne penali inflittegli, ma non impedì il sequestro dei suoi beni, compresi i cimeli garibaldini successivamente venduti all'asta.

Dalla latitanza in Tunisia, con fax e lettere aperte, Craxi continuò a commentare le vicende della politica italiana, perseverando nelle accuse rivolte al PDS e ai giudici di Mani Pulite, e nell'affermazione di aver ricevuto finanziamenti illeciti, ma non a fini di corruzione. Si soffermò anche su alcuni suoi ex sodali, come Giuliano Amato, da lui dipinto come il becchino, in alcuni dei quadri, della cui pittura si dilettò nella parte finale della sua vita. Dall'estero, assistette alla fine del PSI, con la divisione dei suoi maggiori esponenti, confluiti in parte nel Polo per le Libertà, in parte nell'Ulivo, in genere non approvandone spesso le scelte politiche. 

Craxi, secondo quanto dichiarato dai figli, nutriva inoltre la convinzione che i giudici di Mani Pulite fossero stati manipolati da parte di ex comunisti e spinti anche da settori del governo degli Stati Uniti, che volevano un "cambio di regime politico" dopo la crisi di Sigonella, poiché, anche se non antiamericano, Craxi era considerato troppo "indipendente", e approfittarono del finanziamento illecito ai partiti. Craxi ipotizzò anche un intervento della CIA, volto a guidare l'azione del pool di Milano. Nessuna di tali affermazioni poté essere sviluppata, verificata in sua presenza o sottoposta a controesame, anche perché tutti i tentativi di propiziare una sua deposizione testimoniale in Italia dinanzi a commissioni parlamentari di inchiesta si scontravano con l'insormontabile ostacolo della sua condizione di latitante e dell'obbligo giuridico di arrestarlo se fosse rientrato sul territorio nazionale.

Negli ultimi anni della sua vita, Craxi soffrì di numerosi problemi di salute: era affetto da cardiopatiagotta e da molti anni malato di diabete; quando fu colpito poi da un tumore a un rene, ci fu un vano tentativo di negoziarne il rientro in patria. Craxi morì intorno alle 15 del 19 gennaio del 2000 per un arresto cardiaco, tra le braccia della figlia Stefania. L'allora presidente del Consiglio e leader dei Democratici di Sinistra Massimo D'Alema propose le esequie di Stato, ma la sua proposta non fu accettata né dai detrattori né dalla famiglia stessa di Craxi, che accusò l'allora governo di avere impedito al leader socialista di rientrare in Italia per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico presso l'ospedale San Raffaele di Milano (operazione effettuata invece a Tunisi).

I funerali di Craxi ebbero luogo alla cattedrale di Tunisi e videro una larga partecipazione della popolazione autoctona. Ex militanti del PSI e altri italiani giunsero in Tunisia per rendere l'ultimo saluto al loro leader. Le precedenti vicende dell'epoca Mani Pulite, ancora vicine, non erano dimenticate dalla folla di socialisti giunta fuori la cattedrale della città tunisina e la delegazione del governo D'Alema II, formata da Lamberto Dini e Marco Minniti, venne bersagliata da insulti e da un lancio di monete che voleva rappresentare la simbolica restituzione di quanto ricevuto con l'episodio all'Hotel Raphael. La sua tomba è nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet. In alcuni testi si sostiene sia orientata in direzione dell'Italia , affermazione smentita da una verifica effettuata nel 2017

Durante tutta la sua latitanza in Tunisia gli fu vicina Patrizia Caselli, sua amante dal 1991. 

I termini "craxismo" e "craxiano" vennero usati per definire, in senso prima dispregiativo, poi storico-politico, la stagione politica di Craxi, ma non furono mai usati dal leader socialista. Egli stesso definiva la sua azione come ispirata al socialismo riformista classico e autonomista, ma ebbe gli elogi, per il patriottismo che si richiamava a Giuseppe Garibaldi, di parti politiche opposte alla sua: il giornalista di destra Giano Accame definì quello di Craxi un "socialismo tricolore" di stampo democratico e di sinistra. In compenso, al depauperamento programmatico della sinistra italiana "avevano contribuito gli stessi successi socialisti: in primis gli anni buoni della presidenza del Consiglio di Craxi. Il senso “patriarcale” della propria responsabilità di governo, straordinariamente potenziato dalle formidabili competenze tecniche di Giuliano Amato, aveva finito quasi col far dimenticare i problemi di una rifondazione degli ideali e dei progetti socialisti".

Nella storiografia più recente è stato evidenziato "il nesso che Craxi riuscì a stabilire tra la modernizzazione in atto nella società italiana e la necessità di operare una modernizzazione sia nei partiti sia nelle istituzioni. Questa modernizzazione egli la interpretò, nel senso di un rafforzamento della leadership sia all'interno dei partiti sia nell'apparato decisionale con una stabilizzazione e un consolidamento del ruolo del capo del governo. Al primo aspetto si legò lo sforzo di plasmare la struttura socialista in senso «leggero» e progressivamente deideologizzato: un partito agile adatto a una «guerra per bande», come lo avrebbe definito nel 1987 Gaetano Arfé. Al secondo appartenne una prassi di governo che accentuò molto il ruolo personale e certi elementi di decisionismo appartenuti alla personalità del leader socialista".

Il lato negativo del craxismo è che indubbiamente, più di quanto già facevano i partiti concorrenti, accentuò la necessità di procurare risorse al partito per procurare consensi tramite convegni, manifestazioni, ecc. in cui tutte le spese erano a carico del partito. Sul mutamento introdotto da Craxi nella politica e nella società italiana, vi è chi ha sottolineato come, al di là delle estremizzazioni mediatiche, il craxismo abbia "lanciato" una generazione di giovani di cui, ancora a vent'anni di distanza e dagli opposti fronti degli schieramenti parlamentari, le istituzioni e la gestione della cosa pubblica ancora si avvalgono. 

Ma il quesito storiografico è se questa spinta modernizzatrice abbia avuto anche un valore in sé, oltre all'emersione di una nuova generazione di politici e di amministratori. Secondo alcuni gli anni di Craxi “sono il frutto di quell'idea di moderno in cui l'individualismo senza princìpi si sostituisce alle solidarietà tradizionali in crisi”, di cui quel governo seppe solo accelerare la “destrutturazione” senza sostituirvi nuovi valori.

Secondo altri, invece, “Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo”, a differenza di chi vedeva “nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità”; la teoria - elaborata da Craxi insieme con Claudio Martelli - dei «meriti e bisogni», "che fu contrapposta all'egualitarismo delle culture politiche allora vigenti, ha fatto da apripista a quella meritocrazia della quale - almeno a parole - oggi nessuno riesce a prescindere". Gennaro Acquaviva, in particolare, gli riconosce «la dote, che fu particolarmente sua, di saper prendere decisioni politiche serie e rischiose con freddezza e al momento giusto, costruendosi contemporaneamente condizioni e forza sufficienti a fargli convogliare sulla decisione un consenso ampio e solido, in grado di portarlo alla realizzazione della decisione stessa».

Certo è che dagli anni 1980, parole d'ordine come "governabilità" e "decisionismo" - dopo la deriva del decennio precedente, in cui ogni forma di autorità era osteggiata come potenziale fonte di autoritarismo - sono state successivamente invocate da destra e da sinistra per proporre un approccio modernistico all'organizzazione del sistema-Paese. Vi è stato però chi ha sottovalutato l'apporto ideale di tale approccio, rilevando che esso andava incontro a una pulsione già presente nella politica italiana negli anni 1950 e all'epoca soddisfatta dall'interventismo in economia del primo Fanfani e dalle ricette solidaristiche e stataliste dei morotei; Craxi avrebbe soltanto "aggiornato" le soluzioni offerte dalla politica del post-riflusso, sposando un moderato liberismo economico più in voga nell'epoca di Reagan e Thatcher. Da ciò la spiegazione della competizione senza quartiere che si scatenò tra PSI craxiano e sinistra DC per oltre un decennio, vista come deleteria dalla parte più tradizionalista del Paese che vi leggeva il pericolo di un riformismo foriero di un tracollo delle strutture-partito su cui si fondava la democrazia italiana del dopoguerra.

Come arma di tattica politica, volta a spezzare il connubio tra democristiani di sinistra e partito comunista che negli anni 1970 aveva compresso lo spazio di manovra del PSI, abbandonò la delimitazione dei rapporti politici all'"arco costituzionale": ricevette Almirante nelle consultazioni di governo e consentì all'elezione di un deputato del partito di destra a un organo parlamentare di garanzia. Vi è stato chi, vent'anni dopo, ha ritenuto di leggere da tutto ciò un'apertura politica alla destra, anticipando lo "sdoganamento" di Fini da parte di Berlusconi nel "discorso di Casalecchio" del 1993. Eppure, una testimonianza circa il ruolo consulenziale che avrebbe svolto Craxi nel 1993 nei confronti dell'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, esclude che nel suo disegno fosse coinvolta la destra post-fascista.

Quali che fossero destinati a essere i suoi orientamenti tattici dopo la rovinosa caduta degli anni 1990, la sua formazione personale e politica restava strategicamente di sinistra: per tutto il decennio precedente, l'attenzione per il progresso sociale e le conquiste sociali della sinistra non fu da lui abbandonata, se è vero che, ancora vent'anni dopo, Massimo D'Alema indicava in Craxi uno dei due soli leader (l'altro è lui stesso) di partiti di sinistra che abbiano assunto la carica di capo del Governo nei 148 anni dall'Unità d'Italia; analoga posizione, nel tempo, hanno assunto Piero Fassino e Nichi Vendola, secondo il quale “non si può ridurre la vita politica di Craxi alla cifra di una vicenda giudiziaria (...) penso che Craxi abbia interpretato un'idea della modernizzazione dell'Italia che in qualche maniera era dentro il tempo in cui cominciava ad aprirsi la stagione della globalizzazione liberista (...) secondo la tradizione dell'umanesimo socialista (...) Da questo punto di vista ci sono, nella vicenda di Craxi, semi buoni che devono ancora germogliare".

Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato a:

  • 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI il 12 novembre 1996;
  • 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le tangenti della Metropolitana Milanese il 20 aprile 1999.

Le prove sulla base delle quali furono emesse le prime sentenze di condanna della vicenda giudiziaria di Craxi, secondo alcuni autori, si incaricheranno di smentire due dei suoi principali assunti difensivi. Il primo era quello secondo cui i reati erano stati compiuti solo per eludere le forme di pubblicità obbligatoria del finanziamento dei partiti, e non in contraccambio di atti amministrativi: in un caso (sentenza ENI-SAI) la sua condanna definitiva fu per corruzione, e non solo per finanziamento illecito di partito (ciò spiega l'insistenza dei suoi eredi nell'attaccare la procedura di quella sentenza dinanzi alla Corte di Strasburgo).

L'altro assunto era quello secondo cui i proventi dei reati contestatigli era destinato al partito e non a fini personali; varie sentenze - non passate in giudicato solo per il decesso dell'imputato - sostennero in motivazione che Craxi aveva utilizzato parte dei proventi delle tangenti (circa 50 miliardi di lire) per scopi personali (Finanziamento del canale televisivo GBR di proprietà di Anja Pieroni - sua amante dal 1980 al 1991, acquisto di immobili, affitto di una casa in Costa Azzurra per il figlio); durante le indagini (dopo un fallito tentativo di far rientrare tali proventi in Italia, bloccato dal nuovo segretario del PSI Ottaviano Del Turco) Craxi li versò sul conto di un prestanome, Maurizio Raggio.

La lettura di un uso privato dei fondi, ancora assai ricorrente, fu sostenuta da Vittorio Feltri all'epoca dei fatti, ma è stata dallo stesso abbandonata più di recente (lo stesso Feltri ammise anche di aver attaccato Craxi in maniera eccessiva) venendo così sostanzialmente a coincidere con quanto sempre sostenuto dai familiari circa l'esistenza di conti segreti ascrivibili al solo PSI. Distinguendo tra movente e comportamenti, uno dei giudici del pool anticorruzione di Milano, Gerardo D'Ambrosio, sostenne in proposito: «La molla di Craxi non era l'arricchimento personale, ma la politica».

Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo o in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dell'imputato. Fino a quel momento Craxi era stato condannato o prescritto in diversi procedimenti, come altri processi di Mani pulite considerati a rischio di prescrizione.

Essi furono:

  • 5 anni e 5 mesi in primo grado per tangenti ENEL il 22 gennaio 1999;
  • 3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1º ottobre 1999;

Craxi fu anche rinviato a giudizio il 25 marzo 1998 per i fondi neri Montedison e il 30 novembre 1998 per i fondi neri Eni.

Conto protezione: 5 anni e 9 mesi in appello, sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno 1999;

Caso All Iberian: 4 anni e una multa di 20 miliardi di lire in primo grado il 13 luglio 1998, pena poi prescritta in appello il 26 ottobre 1999.

Craxi venne invece assolto:

  • nel processo per le tangenti Intermetro, dal tribunale di Roma nel 1999. 
  • nel processo alle irregolarità degli appalti per la costruzione della metropolitana di Lima, in Perù; l'estraneità dell'ormai defunto Craxi venne riconosciuta, sempre a Roma, nella sentenza che assolse tutti i co-imputati nel 2002. 

Il 5 dicembre 2002 la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo (dopo aver bocciato il ricorso in prima istanza) ha emesso una sentenza d'appello - in riferimento al processo preso in esame, quelli ENI-Sai - che condanna la giustizia italiana per la violazione dell'articolo 6 ("equo processo"), paragrafo 1 e paragrafo 3, lettera D ("diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni") della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo, in ragione dell'impossibilità di «contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», condanna formulata «esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari)». 

Tuttavia, la Corte ha rilevato anche che i giudici, obbligati ad acquisire le dichiarazioni di questi testimoni dal codice di procedura penale, si sono comportati in conformità al diritto italiano. Per quanto riguarda gli altri ricorsi valutati (diritto di disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla difesa) la corte non ha rilevato violazioni. Per la violazione riscontrata la corte non ha comminato nessuna pena, in quanto ha stabilito che «la sola constatazione della violazione comporta di per sé un'equa soddisfazione sufficiente, sia per il danno morale che materiale».

La Corte ha emesso una seconda sentenza il 17 luglio 2003, questa volta riguardante la violazione dell'articolo 8 della Convenzione ("diritto al rispetto della vita privata"). La Corte ha rilevato infatti che «lo Stato italiano non ha assicurato la custodia dei verbali delle conversazioni telefoniche né condotto in seguito una indagine effettiva sulla maniera in cui queste comunicazioni private sono state rese pubbliche sulla stampa» e che «le autorità italiane non hanno rispettato le procedure legali prima della lettura dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate». Come equa soddisfazione per il danno morale, la Corte ha elargito un risarcimento di 2000 € per ogni erede di Bettino Craxi. 

La forte personalità di Bettino Craxi incise in tal modo sulla strutturazione stessa del PSI da determinarne, dopo la sua uscita di scena e anche a causa delle inchieste di Tangentopoli, il rapido e repentino disfacimento. Dei tre immediati eredi del PSI, i Socialisti Italiani (eredi legali del simbolo e del nome), la Federazione Laburista e il Partito Socialista Riformista, sarà quest'ultimo, nonostante la breve vita, ad ospitare la maggioranza dei membri della corrente craxiana rimasti in politica.

In seguito molti esponenti socialisti già a lui fedeli hanno aderito a Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi; tra questi si ricordano: la figlia Stefania (poi fondatrice di un partito autonomo denominato Riformisti Italiani), Fabrizio CicchittoGiulio TremontiMaurizio SacconiRenato Brunetta e Franco Frattini. Altri sono rimasti a sinistra aderendo prima ai Socialisti Italiani e successivamente al partito dei Socialisti Democratici Italiani (guidato da Enrico Boselli); tra questi si ricordano Ugo Intini e Ottaviano Del Turco (in seguito aderente al PD), o confluendo nei DS: la Federazione Laburista di Valdo Spini e i Riformatori per l'Europa di Giorgio Benvenuto.

Anche la corrente di maggioranza della CGIL (oggi vicina al Partito Democratico) è stata guidata da un ex craxiano, Guglielmo Epifani, che fu anche segretario confederale; Guglielmo Epifani è stato poi nominato segretario del PD nel 2013 dall'Assemblea Nazionale, ponendo quindi un esponente del gruppo craxiano degli anni 1980 alla guida del partito che comprende una parte degli ex comunisti, tra cui molti che furono accesi rivali e forti critici di Craxi stesso; socialista era anche il giurista del diritto del lavoro Marco Biagi, poi assassinato dalle Nuove Brigate Rosse.

Altro partito erede della politica craxiana è il Nuovo PSI (nato dalla fusione del Partito Socialista - Socialdemocrazia e della Lega Socialista), che vede nelle sue file uno dei più importanti esponenti socialisti degli anni 1980, Gianni De Michelis, già ministro degli esteri; tuttavia, De Michelis e Bobo Craxi, figlio secondogenito di Bettino, a seguito di un infuocato congresso celebratosi verso la fine del 2005 si sono contesi con reciproche contestazioni la guida del partito, con strascichi anche giudiziari. L'oggetto del contendere furono le alleanze politiche: Bobo Craxi intendeva far entrare il Nuovo PSI, che finora ha appoggiato i governi berlusconiani, nell'Unione di centrosinistra, mentre De Michelis, pur concordando nel ridiscutere il rapporto con Berlusconi, si era dichiarato contrario a questa alleanza; anche Stefania Craxi, in contrapposizione con Bobo, si è fermamente opposta a un passaggio dei socialisti craxiani nella coalizione prodiana.

Tuttavia Bobo Craxi ha fondato una sua lista in appoggio della coalizione dell'Ulivo, denominata I Socialisti (oggi un piccolo partito denominati Socialisti Uniti e guidato da Saverio Zavettieri). L'anno successivo, però, anche De Michelis ha abbandonato il centro-destra, per avvicinarsi, seppur brevemente e criticamente, al centro-sinistra, per tornare poi a collaborare col ministro berlusconiano Renato Brunetta. Claudio Martelli ha invece aderito prima allo SDI, poi al Nuovo PSI, prima di ritornare alla sua precedente attività giornalistica. Nel 2007 molti craxiani hanno aderito alla Costituente Socialista di Enrico Boselli, volta a ricostituire il PSI, che ha sancito la rinascita del Partito Socialista, seppur in forma ridotta, rispetto a quello dell'epoca craxiana.

Sia Boselli che il successore come segretario, Riccardo Nencini, hanno rivendicato al PSI moderno l'eredità politica migliore di Craxi, cosa fatta anche, nell'area laica, dal leader radicale Marco Pannella. A parte queste contese strettamente partitiche, l'eredità politica di Craxi è oggi contesa da parte del centro-sinistra, sia da numerosi esponenti del Partito Democratico (alcuni dei quali provenienti dal PSI craxiano), sia dal rinato Partito Socialista Italiano ma anche da Forza Italia (centro-destra), alleata con il Nuovo PSI.

Nel bene e nel male, si tratta comunque di una figura che ha segnato indiscutibilmente la politica e la storia italiane del dopoguerra. Nel libro Segreti e Misfatti (2005), scritto dal suo fotografo personale e amico fidato fino agli ultimi giorni tunisini Umberto Cicconi, si scoprono molti retroscena curiosi ma anche di grande interesse politico, storico e umano. Sempre lo stesso anno, la pubblicazione del libro di Bruno Vespa, L'Amore e il Potere, contenente anche gossip su Craxi e le sue presunte amanti, ha provocato la reazione del figlio Bobo, che ha definito il carattere del libro "particolarmente odioso".

«La mia libertà equivale alla mia vita»

(Epitaffio della tomba di Bettino Craxi)

La Fondazione Craxi è una fondazione nata il 18 maggio 2000 allo scopo di tutelare la personalità, l'immagine, il patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi attraverso la raccolta di tutti i documenti storici che riguardino la sua storia politica. Principale animatrice è la figlia Stefania Craxi, già deputata del gruppo Misto, presidente del movimento Riformisti Italiani, ora senatrice della Repubblica. La sede principale è a Roma, mentre un'altra importante sede si trova a Hammamet, in Tunisia, luogo dove è sepolto Bettino Craxi.

Tra le attività della fondazione vi è la costituzione e valorizzazione dell'"Archivio Storico Craxi", costituito riunendo documenti conservati in diversi luoghi (Milano, Roma, Hammamet), costituiti essenzialmente da corrispondenza, memorie, discorsi, articoli, interviste, atti processuali. L'obiettivo generale è quello di "riabilitare" la figura dello statista italiano coinvolto nei processi di Mani Pulite e di riqualificarne l'importanza storica nonostante le svariate condanne penali riportate. La fondazione figura anche come organizzatrice di convegni e mostre inerenti alla vita e all'attività politica di Bettino Craxi, cui affianca anche un'attività editoriale.

A seguito del ricorrente tentativo di conseguire un atto ufficiale di riconoscimento dell'importanza del ruolo di Craxi nella storia politica italiana, si apre periodicamente il dibattito sull'opportunità o meno di intitolare in Italia una strada o una piazza al leader socialista.

Esclusi i ripensamenti avvenuti nei comuni di Aulla, di Lissone e di Loceri, a seguito di una disamina condotta nel dicembre 2009 risultano i toponimi "piazza Bettino Craxi" nei comuni di Grosseto e di Sant'Angelo Romano; risultava altresì "via Bettino Craxi" nei comuni di ValmontoneLecceBotrugnoMarano MarchesatoAlà dei Sardi e Scalea.

Per quanto riguarda le grandi città, violente polemiche hanno frenato la decisione toponomastica. Sette anni dopo la sua morte aveva preso avvio il progetto di intitolare una strada di Roma a Craxi: la decisione è stata presa la prima volta dal sindaco Walter Veltroni, in accordo con la sua giunta di centro-sinistra, e poi ribadita dal nuovo sindaco di centro-destra, Gianni Alemanno. Nel 2009 identica proposta è stata avanzata dal sindaco di MilanoLetizia Moratti, portando a una manifestazione di protesta, svoltasi il 9 gennaio 2010 in piazza Cordusio, durante la quale Beppe Grillo e Antonio Di Pietro hanno arringato i partecipanti.

Il governo tunisino ha provveduto, il 19 gennaio 2007, in occasione del settimo anniversario della sua morte, a intitolargli una via.

Il 17 marzo 2018 i socialisti cileni ed il Comune di Recoleta (che fa parte della Regione Metropolitana di Santiago del Cile) hanno reso omaggio al leader socialista italiano intitolando a suo nome la "Plazoleta Bettino Craxi" nel Cementerio General de Recoleta (il Cimitero monumentale di Santiago).



 
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=31406 Wed, 19 Jan 2022 00:00:00 +0100
<![CDATA[ Cln Cus Molise, rinviato il recupero con la Lazio. Si giocherà mercoledì 26 gennaio ]]> SPORT

Niente recupero per il Circolo La Nebbia Cus Molise. La sfida con la Lazio, programmata per domani alle ore 19 è stata rinviata di una settimana. Si giocherà mercoledì 26 alle 19. Adesso la formazione di Marco Sanginario ha rivolto la sua attenzione alla sfida esterna contro il Benevento, in calendario venerdì alle ore 20,30. Al Palatedeschi si giocherà la prima giornata del girone di ritorno con capitan Di Stefano e compagni che andranno a caccia del riscatto per vendicare sportivamente parlando la battuta d’arresto maturata nella prima giornata di campionato. Il 9 ottobre 2021 la squadra di Cundari si impose 4-3 al Palaunimol. Venerdì sarà sicuramente un’altra partita.

 
]]>
http://moliseweb.it/info.php?id=41183 Tue, 18 Jan 2022 17:55:00 +0100