BESSIE SMITH E IL SUO LEGAME COL MOLISE - #MUSICAMENTE - Molise Web giornale online molisano

Bessie Smith e il suo legame col Molise - #musicamente

Il 1975, per me, fu un anno importante.

Dapprima firmai il mio primo contratto discografico con la it/RCA, il 19 maggio, poi, il 26 giugno, appresi dell’uscita di “The basement tapes”, il doppio album che Bob Dylan e The Band avevano registrato  a Big Pink (una grande casa rosa a Woodstock di proprietà di tre membri dei The Band), dopo l’incidente motociclistico di Mr. Zimmerman (Dylan) del ’66.

Quando riuscii finalmente ad arraffare il vinile e, convulsamente, lo misi sul piatto, ebbi quasi uno shock quando, all’ottavo pezzo, preceduto dall’organo Hammond di Garth Hudson, sentii Robbie Robertson cantare: “… I’m just goin’ down the road t’ see Bessie / Oh, see her soon / I’m just goin’ down the road t’ see Bessie Smith / When I get there I wonder what she’ll do” (Sto solo andando giù per la strada per vedere Bessie, Oh, a presto, Sto solo andando giù per la strada per vedere Bessie Smith, Quando arrivo lì mi chiedo cosa farà).

Diventò un’ossessione, trascorsi l’estate a consumare quel pezzo e a dannarmi l’anima per capire come, da un Revox 4 piste, avessero potuto tirar fuori quella meraviglia di suono caldo, profondo, armonioso e presente.

La prima cosa che feci fu comprare un Revox; la seconda, dopo aver riesumato i vecchi 78 giri di Bessie Smith ereditati dai miei genitori, sviscerare la vita e le canzoni della straordinaria cantante evocata su quell’ipnotica canzone (fra l’altro scritta dai The Band): BESSIE SMITH.

… e divenne un mito!

Trascorsero tanti anni, poi, un pomeriggio di qualche anno fa (credo 2015), “abbioccato” davanti a Sky, “ciocco” un film dal titolo “Bessie”, diretto da Dee Rees, con Queen Latifah. Tra l’incredulo e il trasognato, clicco sul tasto e, meraviglia, un lungometraggio sulla vita dell’Imperatrice del Blues.

Me lo sparo tutto d’un fiato, in condizioni emotive al limite, fino alla fine quando, sul palco del Connie’s Inn a Manhattan, con una band capeggiata da Bennie Goodman, partono le note di Long Old Road e Lei canta: “It’s a long old road, but I’m going to find the end It’s a long old road, but I’m going to find the end And when I get there, I’m going to shake hands with a friend…” (È una lunga strada vecchia, ma sto per trovare la fine È una lunga strada vecchia, ma sto per trovare la fine E quando arrivo lì, ho intenzione di stringere la mano a un amico).

E’ troppo per la mia emotività: scoppio in lacrime rimanendo immobile davanti allo schermo mentre scorrono i titoli di coda, poi, appena riprendo un attimo contegno, afferro la chitarra e scrivo “Il cuore di Bessie Smith”, un omaggio dovuto a uno dei più grandi miti della mia vita. Istintivamente, scrivo “… vorrei avere il cuore grande come Bessie Smith, viaggiare sopra un treno, dal Volturno a New Orleans…” Sembrerebbe una cosa senza senso, ma un senso ce l’ha: la cantante aveva, nel suo sound, anche il colore del Molise, nella chitarra di uno dei suoi più importanti musicisti, Salvatore Massaro alias Eddie Lang, originario di Monteroduni, per l’appunto nella valle del Volturno. Il grande chitarrista (che sarà oggetto di un prossimo articolo), dal 1929, effettuò tour con l’imperatrice del blues e registrò con lei pezzi come You've Got To Give Me Some e Kitchen Man. È emozionante per me pensare che nella musica della grande artista afro-americana ci sia anche sangue molisano.

Elizabeth Smith, Bessie, la cantante che ispirò Annette Hanshaw, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Mahalia Jackson, Janis Joplin e Norah Jones, nacque il 15 aprile del 1894 a Chattanooga, Tennessee.

Viveva in una baracca con una sola stanza insieme ai genitori, a tre fratelli e tre sorelle. Suo padre era un predicatore battista part-time e morì quando lei era molto giovane; sua madre morì insieme a due fratelli il giorno prima del suo nono compleanno e la sorella più grande, Viola, si occupò del resto della famiglia.

All’epoca, Bessie cantava agli angoli delle strade e davanti ai saloon in quartieri malfamati, accompagnata dal fratello Andrew alla chitarra.

A 10 anni la piccola cominciò ad esibirsi nelle case di gioco e bordelli di Chattanooga, città famosa per la sua grande linea ferroviaria, e fu lì, non si sa con chi, che perse la sua verginità già da bambina. In città arrivavano spesso compagnie artistiche e una di queste, la Moses Stokes Company, ingaggiò, nel 1910, il fratello Clarence come comico, inserendo anche la sorella Bessie come ballerina di tip tap. In queste circostanze ella conobbe Ma Rainey, famosa cantante blues, la quale, oltre a insegnarle tutti i trucchi del mestiere, la mise per la prima volta sul palco come cantante e ne fece la sua amante.

Ma Rainey cantava un blues rudimentale, sfacciato e pieno di allusioni sessuali denominato ”shimmy”. Muoveva il suo corpo in modo volgare, alludendo all’atto sessuale, pare, circondata da giovani fanciulle seminude.

Così Bessie, al seguito della compagnia, ebbe modo di rafforzare la propria voce e la padronanza di palco, muovendosi fra Atlanta e Atlantic City.

Le sue capacità vocali, corredate dal suo fisico corpulento, le crearono una credibilità tale da attirare pubblico da ogni parte degli USA.

 Art Hodes (1904 – 1993), pianista   jazz statunitense scrive:

“…Risplendente è la parola, l’unica che possa descriverla. Non è bella, naturalmente, ma per me lo è. Una bianca, scintillante toilette, un gran donnone: domina completamente il palcoscenico e l’intero uditorio quando canta Yellow dog blues. Non si può spiegare a parole il suo canto, la sua voce. Essa non ha bisogno di un microfono, non lo usa. Non sono però sicuro che quei maledetti cosi fossero già in circolazione, quell’anno. Tutti la sentono bene, Questa donna canta con tutto il cuore. Non mi lascia distrarre per un istante. Mentre canta, cammina lentamente per il palcoscenico. La testa è leggermente inclinata. Da dove mi trovo, non riesco a capire se ha gli occhi chiusi o aperti. Avanti, un numero dopo l’altro, sempre lo stesso, una grande interpretazione, un applauso assordante. Non vorremmo che finisse mai…”

Nel febbraio del 1923 la casa discografica Columbus propose a Bessie, ormai famosa, di incidere alcuni brani tra i quali Down Hearted Blues; in pochi mesi, il disco che li conteneva vendette 780.000 copie e fece guadagnare a Bessie circa 2000 dollari alla settimana, per quei tempi una cifra notevolissima.

Da lì partì la sua carriera, costellata di canzoni di successo consegnate alla musica di tutti i tempi, e tra queste vale la pena ricordare Jail house blues (1923), Weeping willow blues (1924), My man blues (1925) e quelle realizzate con Louis Armstrong, ovvero Cold in hand blues, Careless love blues, Nashville women’s blues, I ain’t gonna play no second fiddle, J.C. Holmes e St. Louis blues.

Al contrario, però, del successo nell’attività artistica, la vita privata di Bessie andava a rotoli.

Era stata sposata con un tale Earl Love, ma questi morì prima che lei si affermasse.

Successivamente, sposò, nel 1922, un uomo di Philadelphia che si chiamava Jack Gee, una guardia giurata semi-analfabeta. Costui le faceva da intermediario con la casa discografica, la OKeh, e gestiva guadagni ingenti, ma, dopo averla illusa di amarla, tradita, riempita di botte e umiliazioni, spendeva gran parte dei suoi soldi con altre donne, in particolare una soubrette di nome Gertrude.

Bessie era distrutta da tutta questa precarietà sentimentale e soffriva di stress e depressione al punto da riempirsi pesantemente di gin, frequentava bordelli, si concedeva a incontri occasionali, aveva sbalzi d’umore, faceva scenate ed era capace di tirare pugni a chiunque le capitasse. Nonostante tutto, sognava di avere un bambino e, nel 1926, con Jack, ebbe l’occasione di adottarne uno abbandonato da una donna incontrata nel Sud durante un tour: lo chiamarono Jack Gee Jr. Nel 1930, tuttavia, ne persero la custodia, per via delle continue liti coniugali.

Intanto, la carriera di Bessie era in declino perché la moda musicale stava cambiando e il blues non aveva più l’audience degli anni precedenti; altre cantanti, quali Alberta Hunter, Victoria Spivey, Ethel Waters, Edith Wilson stavano salendo alla ribalta, con musical a Broadway e tour in Europa. L’unica cosa di rilievo che produsse Bessie in quel periodo fu un cortometraggio, “St. Louis Blues”, girato ad Astoria, che narra una storia di amore e tradimento che pare ricalchi esattamente gli eventi della sua vita e rappresenta il solo documento storico di enorme importanza che ci consente di vederla “in action”.

Quindi, una lunga assenza dalla scena discografica, con la parentesi di una seduta di Recording per la Columbia di un solo giorno, in cui registrò quattro brani con Benny Goodman al clarinetto, mentre una giovane Billie Holiday si stava facendo strada nello show business.

A questo punto ritornò on the road a fare spettacoli con piccole compagnie del Mississippi, una dimensione in cui si sentiva più a proprio agio.

Fu sulla strada che portava a Clarksdale, sul Delta del Mississippi, che percorreva per raggiungere la compagnia di Broadway Rastus, che si compì il suo destino, nella serata del 26 settembre 1937.

Alla guida della vecchia Packard c’era Richard Morgan, il vecchio contrabbandiere di gin di Bessie, ora suo nuovo marito, mentre lei sonnecchiava sul sedile accanto.

Erano partiti da Menphis diretti a Clarksdale.

Dalla direzione opposta giungeva un grosso camion, che si stava riavviando da una piazzola, dopo che l’autista aveva deciso di fare una sosta e cercava di reimmettersi lentamente sulla strada.

Forse distratto dall’accensione di una sigaretta o stanco e poco vigile alla guida, Richard Morgan si accorse del camion quando era troppo tardi per evitarlo!

L’urto fu talmente violento che l’auto si rovesciò su un fianco, scivolando sull’asfalto per diversi metri e sollevando una miriade di scintille.

Richard, era sotto shock, ma rimase illeso.

Intanto sopraggiungeva una Chevrolet con due uomini a bordo, di cui uno medico, che si fermò in mezzo alla strada.

Il dottore si preoccupò immediatamente di soccorrere Bessie, estraendola dall’auto e cercando di rianimarla, constatando che, oltre ad avere un avambraccio staccato dall’arto, ella aveva perso molto sangue e le sue condizioni erano estremamente preoccupanti.

Vista la gravità della situazione, quindi, il medico mandò il suo amico a chiamare un’autoambulanza.

Sopraggiunse, a questo punto, un’altra auto, a velocità sostenuta (60 km all’ora), la quale non riuscì a frenare e tamponò la Chevrolet del soccorritore, che a sua volta andò addosso alla vecchia Packard. Si rese quindi necessario chiamare un’altra ambulanza per soccorrere i due bianchi che occupavano quest’ultima vettura.

Le due ambulanze si separarono per portare il dottore e gli occupanti della seconda vettura presso un attrezzato e vicino Ospedale per bianchi, mentre Bessie e il marito furono trasportati all’Afro American Hospital di Clarcksdale, molto più lontano e sguarnito, dal momento che era destinato alla cura dei neri.

Bessie morì dissanguata durante il tragitto, secondo quanto riporta il certificato medico. Tutti gli altri rimasero illesi

Per diversi anni fu messa in giro la voce ad opera di attivisti politici, di John Hammond e, anni dopo, della stessa Janis Joplin, che Bessie fosse morta a causa dell’odio razziale; che il personale infermieristico bianco si fosse rifiutato di curarla per la sua pelle nera; che il ricovero le fosse stato negato e questi ritardi le avessero causato il dissanguamento. Più tardi, da testimonianze raccolte si è appurato che era stata prelevata in ritardo dall’ambulanza e trasportata direttamente all’Afro American Hospital di Clarcksdale, dove non era giunta in tempo.

Comunque sia, la mia riflessione è: “Come mai la persona più bisognosa di cure in un incidente stradale sia stata soccorsa per ultima?” Quien sabe!! Le circostanze, dal mio punto di vista, a tutt’oggi, rimangono oscure.

Ai funerali parteciparono 7000 persone.

Fu sepolta nel cimitero di Mount Lawn presso Derby in Pennsylvania.

Ci fu, però, un ultimo scandalo: Bessie non ebbe subito una lapide perché Richard non aveva un solo dollaro, ma, quando fu reperito il denaro a seguito di una colletta, questi scappò con i soldi.

Solo nel 1970, grazie alla sua vecchia cameriera-amante Juanita Green e all’adorazione di Janis Joplin (la quale continuava a dire agli amici di voler saldare un misterioso debito), ebbe la sua lapide, costata 500 dollari.

Su questa, Janis fece incidere il suo ringraziamento all’Imperatrice del blues: THE GREATEST BLUES SINGER IN THE WORLD WILL NEVER STOP SINGING. (La più grande cantante blues del mondo non smetterà mai più di cantare).