Accadde Oggi 24 maggio - #almanacco

Oggi 24 maggio è la Giornata Europea dei Parchi e Giardini, la Chiesa festeggia Maria Ausiliatrice 

1810 – L’Argentina inizia la sua rivolta contro la Spagna


1844 – Viene inviato il primo messaggio telegrafico in codice Morse: ‘What hath God wrought!’)
1883 – Il ponte di Brooklyn viene aperto al traffico dopo 14 anni di costruzione 

1910 – Buenos Aires, Argentina: Dorando Pietri corre la sua ultima maratona in 2.38’48″2, suo primato personale


1915 – L’Italia entra in guerra a fianco di Francia e Gran Bretagna e Impero russo. Dal Forte Verena, sull’altopiano di Asiago, parte un primo colpo di cannone verso le fortezze austriache situate sulla Piana di Vezzena: l’Italia inizia ufficialmente le operazioni militari nella prima guerra mondiale. Ai primi fanti del Regio Esercito che varcarono il confine nella medesima data è dedicata la prima strofa de La canzone del Piave.


1929 – Debutta Le noci di cocco, il primo film dei Fratelli Marx


1940 – Igor Sikorsky compie con successo il primo volo di un elicottero a rotore singolo


1941 – Seconda guerra mondiale:Al largo di Siracusa il sommergibile britannico HMS Upholder affonda con due siluri la nave italiana Conte Rosso: 2300 morti.

1968 – Alcuni studenti danno fuoco alla Borsa di Parigi.


1976 – Washington: il Concorde entra in servizio

2001 – Lo sherpa quindicenne Temba Tsheri diventa la persona più giovane ad aver scalato l’Everest


2015 – Papa Francesco pubblica la sua seconda enciclica, Laudato si’

In data odierna nell’anno 1961 nasceva Ilaria Alpi, giornalista Italiana assassinata in un efferato agguato. Lo stesso giorno nell’anno 1941 nasceva Bob Dylan, artista a tutto tondo ricordato da Moliseweb con una trasmissione specifica. Oggi ci preme far gli auguri ad un grande del teatro, della vita Napoletana, della smorfia e della cultura del bello : Edoardo De Filippo. Avrebbe compiuto 120 anni.

Ilaria Alpi

 

Il Perché la Germania è ostile all’Italia….. Tutto inizia il 24 maggio 1915.

Il 24 maggio 1915 è il giorno in cui l’Italia fece il suo ingresso come Stato belligerante nella prima guerra mondiale, circa dieci mesi dopo l’inizio vero e proprio del conflitto tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1914.

Le modalità dell’intervento italiano hanno sempre suscitato dubbi . Com’è infatti ben noto, alla vigilia della guerra l’Italia era legata alla Germania e all’Austria-Ungheria dal trattato della Triplice Alleanza, siglato trent’anni prima (1882) e poi più volte rinnovato nei decenni seguenti. Quando iniziarono le ostilità, tuttavia, essa proclamò la propria neutralità per poi avvicinarsi pian piano alle potenze della Triplice Intesa: Gran Bretagna, Francia e Russia. Un tradimento o convenienza politica? Strategia economica o militare?  Il 26 aprile 1915 l’Italia firmò il patto di Londra che, come accade ancora oggi per molte attività governative,  rimase segreto fino al 1917. Da qui l’impegno, in caso di guerra, di intervenire al loro fianco. Ed è con esse, e quindi contro i suoi vecchi alleati, che l’Italia prese effettivamente parte alla Grande Guerra. Forse anche per questo la Germania e l’Austria ci odiano e sistematicamente mettono in atto azioni disturbatrici nei confronti dell’Italia. Non ultime le note vicende Europee.  A partire, per l’appunto, dal 24 maggio 1915, quando ebbero inizio le prime inutile offensive del generale Cadorna sull’Isonzo contro l’Austria-Ungheria.

Le ragioni della condotta dell’Italia alla vigilia e nei primi mesi della guerra sono estremamente complesse. Esse furono viste come  l’ennesimo  «giro di valzer» di un paese strutturalmente inaffidabile. Ma molti statisti pensano ad un gioco di equilibrismo politico. È proprio su questo sfondo che si devono ricercare molte delle ragioni più specifiche delle scelte e delle decisioni del governo italiano e della monarchia nella gravissima crisi che portò dall’attentato di Sarajevo alla guerra e alle prime ferocissime battute del conflitto. Del resto, prima di diventare definitivamente una «guerra di popoli», una «guerra totale», il primo conflitto mondiale fu infatti, almeno ai suoi inizi, una «guerra di governi»: una guerra tradizionale di gabinetti, cancellerie, diplomazie.

Giolitti scelte il neutralismo che non rappresentò il trionfo generale alla pace delle masse contadine e operaie assecondate dal vecchio e non fu nemmeno soltanto una reazione, più che giustificata, alla politica aggressiva e sprezzante di Vienna.  La scelta della guerra , secondo analisti e storici, fu il frutto dei freddi calcoli di una ristrettissima classe di governo e della monarchia che decise a trarre il massimo vantaggio su colonie e compensi nei Balcani he però furono cancellati dai drammatici eventi che ebbero inizio nell’estate del 1914: dapprima con la neutralità e successivamente, caduta l’ipotesi di una vittoria fulminante degli imperi centrali su Francia e Gran Bretagna, con l’intervento a sostegno delle forze dell’Intesa. Fu un vero e proprio «azzardo», giocato spregiudicatamente in nome sì della nazione, ma anche e soprattutto della politica di potenza e di conquista. Come s쳭e oggi, la politica nel fare i suoi calcoli, non difende il popolo ma il suo status di lobby, contro ogni etica e condizione. Gli accadimenti attuali ci portano a ricondurre tutto al segno negativo di un sistema che parla di democrazia ma , tanto democratico non è. 

La guerra impose uno sforzo popolare mai visto prima; enormi masse di uomini furono mobilitate sul fronte interno così come sul fronte di battaglia, dove i soldati dovettero adattarsi alla dura vita di trincea, alle privazioni materiali e alla costante minaccia della morte, che impose ai combattimenti la necessità di dover affrontare enormi conseguenze psicologiche collettive ed individuali, che andavano dalla nevrosi da combattimento, al reinserimento nella società fino alla nascita delle associazioni dei reduci. Dopo una lunga serie di inconcludenti battaglie, come si diceva in precedenza,  la vittoria degli austro-tedeschi nella battaglia di Caporetto dell'ottobre-novembre 1917 fece arretrare il fronte fino alle rive del fiume Piave, dove la resistenza italiana si consolidò; solo la decisiva controffensiva di Vittorio Veneto e alla rotta delle forze austro-ungariche, sancì la stipula dell'armistizio di Villa Giusti il 3 novembre 1918 e la fine delle ostilità, che costarono al popolo italiano circa 650.000 caduti e un milione di feriti. La firma dei trattati di pace finali portò a un rigetto delle condizioni a suo tempo fissate nel Patto di Londra e a una serie di contese sulla fissazione dei confini settentrionali del paese, innescando una grave crisi politica interna sfociata nella cosiddetta "Impresa di Fiume", cui si sommarono i rivolgimenti economici e sociali del biennio rosso; questi fattori gettarono poi le basi per il successivo avvento del regime fascista

Come in ogni conflitto le menti, gli intellettuali, entrarono in campo . Essi si prefissero lo scopo di moralizzare e idealizzare una situazione, che dal canto loro, non era solo una mera scelta di guadagni territoriali ed egemonia politica. Intellettuali "riformisti" e "rivoluzionari" (questi ultimi intesi come coloro che intendono la "rivoluzione" come compimento della patria) dicono sì alla guerra in nome dei valori assoluti in seno ai principi dell'89 e in nome del crollo definitivo delle antiche monarchie che si scontrano con i «popoli liberi d'Europa». Portavoce di alto prestigio di questi valori fu Gaetano Salvemini, storico della rivoluzione francese, indipendente di sinistra e critico intransigente di Giolitti - «ministro della mala vita» - e delle capacità riformatrici del Partito socialista; il direttore de L'Unità non fu un convertito dell'ultima ora, ma fu fin dal principio ancorato ai suoi ideali di interventista democratico, patriota italiano e cittadino dell'Europa delle nazioni. Nell'imminenza della guerra e nel corso del conflitto, Salvemini accentua il suo attivismo per stimolare le coscienze, specie quelle giovani, con assidui commenti ed articoli, come quando propone come parola d'ordine nazionale e internazionale il suo Delenda Austria!, scorgendo nell'Impero asburgico l'antagonista «decrepito e irriformabile del liberi popoli d'Europa». La voce di Benedetto Croce fu ugualmente rappresentativa a quella dello storico pugliese, anzi, scrivendo sulla sua rivista culturale La Critica, Croce ebbe maggior diffusione nel mondo dell'alta cultura, delleistituzioni e nell'area della classe dirigente liberale e del centro-destra. Mentre Salvemini fu fin da subito interventista, a favore dell'Intesa e di un'Italia rivolta ai valori di progresso e di libertà contro gli Imperi centrali, Croce - originariamente triplicista, poi neutralista condizionato dall'impegno governativo - assunse un ruolo meno "rumoroso" rispetto ai movimenti interventisti di sinistra o di destra.  Benedetto Croce prese fin da subito le distanze dai «rissosi e petulanti frutti di una ideologizzazione del conflitto» che il filosofo, nelle pagina del La Critica, cercò invece di razionalizzare come involgarimento dei tempi e anche a comprendere quale espressione di emozioni collettive e amplificazioni propagandistiche. Nonostante le critiche che dovette subire da uomini di cultura come Renato Serra e Giovanni Gentile, i quali lamentavano in lui un «eccesso di spirito olimpico», la figura di Croce si staglia, soprattutto se commisurata alla nuova estetica del sangue e della violenza di Giovanni PapiniArdengo Soffici e dei futuristi che trovarono sfogo su Lacerba. Altre idee troveranno spazio e forma ne L'Idea Nazionale, il quotidiano nazionalista romano che nella primavera del 1915, diede voce alla faziosità antineutralista e liberticida degli intellettuali militanti del nazionalismo italiano - Enrico CorradiniFrancesco CoppolaLuigi FederzoniMaffeo Pantaleoni - che offrirono una sponda politica al patriottismo di Gabriele D'Annunzio nel suo "maggio radioso”. Ogni guerra fa morti, vinti e vincitori ma alla fine sono sempre state e sempre saranno, la sconfitta dell’essere umano.