BLUE WHALE. LEGGENDA URBANA O DISAGIO EMOTIVO IN RETE? IL PARERE DEGLI ESPERTI: ANTONELLO FRATAMICO E NICOLA MALORNI - Molise Web giornale online molisano
mercoledì, 07 giugno 2017
Blue Whale. Leggenda urbana o disagio emotivo in rete? Il parere degli esperti: Antonello Fratamico e Nicola Malorni

di Laura D'Ambrosio

È un mondo sempre più strano quello in cui viviamo, dove si parla o si torna a parlare di balene vecchie e nuove; di giochi più o meno pericolosi che viaggiano in rete e che non si sa se siano il frutto di un’adolescenza odierna un po’ confusa e annoiata o di un fenomeno fin troppo reale esistito da sempre e di cui sembra accorgersi soltanto ora che ci sono “scappati” i morti.

E così alla “vetusta balena bianca” di De Mita, che sembra intenzionata a volersi rituffare nel “mare magnum” della politica, si contrappone il caso “Blue Whale” (balena blu) sulla ribalta della cronaca nazionale da circa un mese.

Si tratta della sfida in rete, che consta nel seguire un decalogo improntato prevalentemente sull’autolesionismo col fine ultimo di condurre al suicidio, al centro di discussione pubbliche e dell'attenzione mediatica. Al momento nessuno degli episodi denunciati, in alcuni casi anche decessi, risultano direttamente legati a quello che è stato soprannominato "il gioco dell'orrore" e, pertanto, ciò non esclude che si tratti di una mera leggenda urbana o il celarsi di un disagio emotivo latente amplificato attraverso l'uso dei social.

A confermarlo è anche il dirigente del Compartimento di Polizia Postale e delle Comunicazioni per il Molise di Campobasso, Antonello Fratamico, che afferma:”Finora risultano 120 casi in tutta Italia ancora al vaglio delle Forze di Polizia e in nessuno di questi è stata riscontrata la presenza dei cosiddetti curatori. Episodi di autolesionismo erano presenti ancor prima che scoppiasse il fenomeno balena blu che, certamente, non va sottovalutato ma senza allarmismi. Infatti, il reale pericolo del Blue Whale sta proprio nel fatto di creare una psicosi”.

Inoltre, il numero uno della Polizia Postale di Campobasso ha evidenziato come sul portale online www.commissariatodips.it, sia stata creata un’apposita stanza virtuale al fine di illustrare i pericoli emergenti in Rete agevolando le segnalazioni attraverso la compilazione di uno specifico form. Il tutto per sensibilizzare gli utenti all’adozione di idonee contromisure strutturate, anche grazie all’ausilio specialistico di psicologi della Polizia di Stato.

Valutando il fenomeno su un piano prettamente psicologico, invece, è interessante come i risultati preliminari dell’ultima indagine svolta dalla Società Italiana di Pediatria rivelino l’esistenza di un disagio emotivo diffuso tra i giovani, accanto a una distanza dalle figure adulte di riferimento. Un distacco questo che i ragazzi colmano, sempre più spesso, attraverso la rete che può rivelarsi uno strumento tanto utile quanto insidioso, soprattutto se non si conoscono i rischi derivanti da un suo uso scorretto.

Il presidente dell’Ordine degli Psicologi, il dottor Nicola Malorni definisce il caso “Blue Whale” una delle manifestazioni dell’Ombra dei Social che descrive in tal senso:”Sul piano simbolico il superamento di prove è un rito di iniziazione alla vita e l’umanità ha da sempre riconosciuto l’importanza di tali comportamenti per lo sviluppo del giovane, codificandoli in ritualità che sono state trasmesse tra generazioni. I fattori psicologici che concorrono alla sua manifestazione sono quindi in gran parte ubiquitari e universali e funzionano per il fenomeno del Blue Whale da “ganci”; il problema è che oggi non abbiamo più i contenitori rituali che l’umanità ha da sempre garantito anche attraverso le religioni. Non trascurabile è inoltre il ruolo svolto dai confini familiari e dalle funzioni di contenimento genitoriali, oggi sempre più fragili”.

Con riferimento alle cause che determinano il nascere di fenomeni di tal genere, lo psicologo afferma:”Internet e in particolare i Social oggi sono diventati una cassa di risonanza importantissima per i bisogni narcisistici di molti. Un tempo lo erano le relazioni, soprattutto quelle familiari e il gruppo dei pari. Intendo dire che il bisogno di rispecchiamento, di sostegno, di visibilità, di conferma al proprio valore oggi trova una illusoria soddisfazione nelle relazioni nate e strutturate con/dai Social. E questo non è certo il posto migliore in cui un giovane che soffra ad esempio di depressione o pensi al suicidio può trovare aiuto”.

In merito, invece, alle soluzioni che è possibile adottare al fine di bloccare sul nascere il dilagare di questi giochi perversi in rete, l’esperto risponde:”Il Blue Whale è un fenomeno complesso e come tale va trattato con un approccio multisistemico. È impensabile poterlo contrastare efficacemente con un approccio unilaterale: la prima risposta delle Istituzioni, solitamente, è quella della repressione, del controllo, del monitoraggio che sono azioni fondamentali ma soltanto preliminari. È utile certamente informare adeguatamente la popolazione, adulta (genitori e insegnanti in primis) e giovane dell’entità e delle caratteristiche del fenomeno. Certamente un’azione preventiva deve essere focalizzata anche sui canali dove esso si manifesta e cioè i social network. Quel che maggiormente conta, però, è una prevenzione focalizzata sulle relazioni. Il fenomeno richiede un’azione a 360 gradi che includa soprattutto gli interventi sulla famiglia, sulle relazioni tra i pari, sugli stili di vita, ossia azioni che promuovano il benessere psicologico dei giovani a partire dalla scuola e dalla famiglia”.

In questa società fin troppo ricca di stimoli emotivi, gli adolescenti crescendo e ancora incapaci ad orientarvisi finiscono con l’arenarsi. Proprio come la balenottera azzurra che, senza un reale motivo, sceglie ad un certo punto di spiaggiarsi per alcuni minuti con il rischio di non essere più in grado di tornare in acqua.

Si tratta proprio di quei ragazzi, quelli più fragili e vulnerabili, che inconsapevoli di vivere un disagio decidono così di rifugiarsi nella rete di un gioco perverso, anziché affidarsi ad un porto sicuro in cui sanare quelle ferite che gli consentiranno di tornare a nuotare nel mare aperto della vita.

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