PINO PALLADINO: UN BASSO TARGATO CAMPOBASSO - #MUSICAMENTE - Molise Web giornale online molisano

Pino Palladino: un basso targato Campobasso - #musicamente

Quando nel 1983 ascolto il disco “No parlez” di Paul Young, la cosa che mi colpisce come un colpo di pistola alla tempia, a parte la voce bellissima del cantante, è il suono di un basso fretless (senza tasti) denso e caldo che si contorce armoniosamente fra gli accordi delle canzoni, e che non si è mai ascoltato prima d’ora.

Canzoni bellissime, Love Will Tear Us Apart, Wherever I Lay My Hat (That's My Home), Love of the Common People, ma ciò che brilla e stupisce, accanto alla voce, è quel basso, che rende ancora più profonda la passione che la musica sprigiona.

Sicuramente, anni prima Jaco Pastorius, il bassista dei Weather Report, ha tolto i tasti dal suo basso Fender Precision, rendendo la tastiera simile a quella di un contrabbasso e dando inizio a una scuola, ma il suono che sto ascoltando ora è completamente diverso da quello.

Leggo curioso sulle note di copertina “Fretless Bass: Pino Palladino”.

La sua attrezzatura di questo periodo include uno Sting Ray Bass Music Man del 1979 senza tasti e un Boss OC-2 Octaver (pedale d’ottava).

Il fatto che sia italiano, già mi stupisce e mi riempie d’orgoglio, ma devo aspettare un paio d’anni, quando Paul Young viene in tour in Italia nel 1985, per scoprire che Pino Palladino è originario di Campobasso.

Insieme a un mio amico, mi aggiro per i camerini del Palasport a Roma per incontrarlo e, finalmente, ci sbatto quasi contro.

Ciao Pino” gli faccio,

Ciao” risponde in un italiano carico d’inflessione inglese,

Da quale parte d’Italia vieni?”,

Io sono nato in Inghilterra, ma mio padre è di Campobasso!

Mi viene in mente che in rete gira un video Man from Molise, in cui Pino suona una delle sue composizioni, probabilmente dedicata al padre.

Bella la sensazione di giocare in casa e ancor più la consapevolezza di provenire da una realtà regionale che, quando s쳭e, contribuisce, con i suoi figli, a cambiare la storia, nel bene e nel male.

Non è campanilismo!

Io penso a Eddie Lang, Timi Yuro, Mario Lanza, Ariana Grande, ma anche a Ponzio Pilato, i Sanniti, Celestino V, Vincenzo Cuoco, Gabriele Pepe, Francesco Iovine, Farinacci, Biscardi e Di Pietro. 

In Molise ce n’è per tutti i gusti, eh eh eh! 

Come la sua natura, variegata e bellissima, ma anche impervia e irraggiungibile, così i suoi figli coprono a ventaglio tutta la gamma dello scibile e dell’etico, dal buono al cattivo, dall’etico al perfido: quindi c’è da aspettarsi il genio positivo ma anche il malefico  negativo che trama nell’ombra.

Insomma, se ti guardi le spalle, in questa realtà, non sbagli.

Tornando a Pino Palladino, inizierei col dire che la sua fama si può misurare dal fatto che, la celeberrima ditta di chitarre e bassi Fender, gli abbia dedicato uno strumento, il Pino Palladino signature Precision bass”, e nelle note di presentazione reciti: 

Quando il tuo curriculum include Jeff Beck, The Who, Eric Clapton, Simon & Garfunkel, D'Angelo e John Mayer (solo per citarne alcuni), stai ovviamente facendo qualcosa di giusto! E quando il tuo basso è speciale come quello del leggendario bassista session Pino Palladino, non c'è da meravigliarsi che il Custom Shop abbia scelto di riprodurre il suo Precision Bass del '62. Caratterizzato da un corpo in ontano chiaro, manico in acero a grana dritta a forma di C con tastiera in palissandro, pickup con avvolgimento personalizzato, battipenna in tartaruga e corde Thomastik-Infeld: il basso caratteristico di Pino è realizzato secondo le sue precise specifiche.

Chiaramente, nel linguaggio della gente comune, tali affermazioni non significano niente, ma per un musicista immerso in un mondo di lustrini a stelle e strisce, un riconoscimento del genere, concesso solo ai grandi, come ad esempio Eric Clapton, equivale a toccare il cielo con un dito, perché indice di un riconoscimento di valore indiscutibile e assoluto.

Se devo esprimere un aggettivo per definire Pino Palladino, il primo che mi viene in mente è “versatile”. 

Non conosco altri musicisti al mondo in grado di reggere tanti generi diversi tra loro a un livello così alto!

Sì, infatti ricordiamo Pino con Paul Young (Pop), The Who (Rock), John Mayer (Blues), D’Angelo (Rithm & Blues/Nu soul), Manu Katché (Rock sperimentale/jazz), praticamente una lista infinita di grandi artisti, spesso di genere e stile diametralmente opposti fra loro.

Giuseppe Henry "Pino" Palladino   nasce il 17 ottobre 1957 a Cardiff nel Galles da padre di Campobasso e madre gallese. 

Frequenta una scuola cattolica. 

Inizia a suonare la chitarra all'età di 14 anni e il basso a 17, nel 1973. 

È attratto dalla Motown e dal jazz fin dalla tenera età e prende lezioni di chitarra classica. 

Gli piacciono i Led Zeppelin e gli Yes e fonda una rock band.

Compra il suo primo basso senza tasti nel 1974, per suonare principalmente R&B, funk e reggae in gruppi di supporto nei programmi di una emittente televisiva locale.

La sua influenza più importante sembra da imputare a James Jamerson, il bassista che ha fatto la storia della Motown.

Subisce anche il fascino di Pastorius, che lo influenza nella scelta del basso fretless, per questo stupisce sentirlo affermare, a proposito del suo fraseggio nelle canzoni di Paul Young, che faccia riferimento a Stravinskij.

Generalmente, le sue prime influenze provengono da James Jamerson, Danny Thompson e Norman Watt-Roy, ma ascolta a fondo anche Jaco Pastorius, Stanley Clarke, Bootsy Collins, Larry Graham, Michael Henderson, Anthony Jackson, Marcus Miller e Rocco Prestia. 

Nel 1980 entra nel gruppo di Jools Holland e partecipa alla registrazione dell'album Jools Holland and the Millionaires.

Nel 1982, Palladino registra con Gary Numan l'album “I, Assassin”

In seguito, gli viene chiesto di contribuire all'album di debutto di Paul Young. La cover di Young di “Wherever I Lay My Hat (That's My Home)” di Marvin Gaye diviene un successo in Europa, e Palladino si unisce alla band di Young, The Royal Family

Riceve offerte per registrare con Joan Armatrading, Go West e David Gilmour. 

Nel 1988/89, Pino suona sull'album di Don Henley “The End Of Innocence” eseguendo tre tracce fra cui il singolo “New York Minute”.

Nel 1991 si unisce a The Law con Paul Rodgers, ex Bad Company, e il batterista Kenney Jones, s쳭uto negli Who a Keith Moon dopo la morte di questi, e registra l'album “The Law”.

Negli anni '90, Palladino alterna basso fretless a basso con tasti e a basso con 4 e 6 corde. Suona con Melissa Etheridge, Richard Wright, Elton John e Eric Clapton.

Suona nel primo album solista di Mike Lindup, “Changes” con Dominic Miller alla chitarra e Manu Katché alla batteria. Personalmente adoro questa formazione, perché mette fortemente in vista la marcata componente fusion di Pino Palladino.

Nel 1999, inizia a lavorare all'album di debutto da solista di Richard Ashcroft dei The Verve, “Alone With Everybody”. 

Insieme a Phil Collins, partecipa alla formazione invitata a suonare per la festa dei cinquant'anni di regno della regina Elisabetta II, con Paul McCartney, Eric Clapton, Cliff Richard e Tony Bennett.

Quando John Entwistle, Il bassista degli Who, muore la notte prima dell'inizio del loro primo tour in due anni, Palladino diventa, dalla sera alla mattina, il bassista della band nel tour, montando tutto il materiale in modo velocissimo. 

Bellissime le sue personali interpretazioni del celebre assolo di basso di “My Generation”!

Nel 2006, si unisce al resto della band per il loro primo album in ventiquattro anni, “Endless Wire”. 

Il 7 febbraio 2010 torna a suonare con gli Who in occasione del Super Bowl XLIV al Sun Life Stadium (già Dolphin Stadium) a Miami, di fronte a 76.500 spettatori. 

Nel 2012, è di nuovo in tour con gli Who nel loro revivalQuadrophenia”. 

Smette di fare concerti live con gli Who nel 2016, ma viene ancora coinvolto occasionalmente in sessioni in studio, infatti appare nel loro album del 2019, intitolato “Who”.

A metà degli anni ’80, incontra Steve Jordan, mentre entrambi lavorano come turnisti, e nasce una grande amicizia. Jordan attribuisce a Palladino una straordinaria capacità di “feeling” nei vari generi, esprimendo melodie, linee di basso e suoni adatti ad ogni tipo di musica. 

Jordan, programma di creare un trio con John Mayer e Willie Weeks nel gennaio 2005 per suonare a Tsunami Aid: A Concert of Hope per le vittime dello tsunami che colpisce il sud-est asiatico. Non ritiene che Weeks sia all’altezza dello spettacolo e allora suggerisce Palladino, il quale ha già ascoltato alcuni dei lavori di Mayer ed è disposto a venire. 

I tre iniziano lo spettacolo con la canzone di Jimi Hendrix “Bold as Love” e subito trovano la chimica giusta. Registrano un album e vanno in tour come trio.

Pubblicano il disco liveTry!”, il 22 novembre 2005. L'album di undici tracce include le cover di “Wait Until Tomorrow” di Jimi Hendrix e “I Got A Woman” di Ray Charles, due canzoni dall'album di Mayer “Heavier Things”, e nuove canzoni di Mayer. Mayer, Palladino e Jordan, inoltre, si accreditano come autori di tre canzoni: “Good Love Is on the Way”, “Vultures” e “Try!

Palladino appare nel terzo album di Mayer “Continuum”, nel quarto album “Battle Studies” e nel settimo album “The Search for Everything”.

Nel marzo e nell'aprile 2006, Palladino va in tour con Jeff Beck e suona con J. J. Cale ed Eric Clapton nel loro album del 2006 “The Road to Escondido”. 

Nel 2009 forma un trio con il tastierista Philippe Saisse e Simon Phillips.

Suona con Simon & Garfunkel nel loro “Old Friends reunion tour”.

Nel gennaio 2011 entra in studio con D'Angelo per finire di registrare “Black Messiah”.

Nel 2013, suona nell'album dei Nine Inch Nails “Hesitation Marks” e va in tour come membro della band. Co-produce, inoltre, l'album di José James “No Beginning No End” (2013).

Che dire? Pino Palladino, da buon molisano, non è molto appariscente per il grande pubblico, anche se è presente con discrezione, ma non troppo, su tutti i palchi più importanti, a duettare con i front men più amati dal pubblico, come fuoriclasse che si pone al servizio dello spettacolo, senza esibizionismi inutili, ma nell’intento della riuscita del progetto.

Serietà, tenacia, abnegazione: i capisaldi che caratterizzano ogni straordinario session man ricercato dalle più grandi star del music business per la riuscita del miglior sound e per la sicurezza sul palco nei loro world tour.

Riassumere, in conclusione, le caratteristiche salienti di questo bassista, risulta difficile. Nonostante le sue radici musicali di riferimento si ricolleghino a una serie di filoni ben definiti. Questi ultimi, tuttavia, non si intersecano tra loro fino a creare una scuola o uno stile che possano essere imitati e presi ad esempio dai più, dal momento che la poliedricità è straordinaria per il mestiere, ma nella storia non lascia traccia.

Grazie Molise, Grazie Pino!