Laura Venezia in mostra al Palazzo ex Gil con un omaggio ai Misteri di Campobasso

A Campobasso, il Palazzo Ex Gil dedica a Laura Venezia una mostra dei suoi scatti dal prossimo 19 giugno. Attraverso trenta fotografie, molte delle quali inedite, si ripercorre la sua passione e amore verso la città di Campobasso e i suoi Misteri. Non ha bisogno di particolari presentazioni Laura Venezia. Di certo non nel capoluogo molisano. Eppure, parlando con Laura non si riesce a inquadrarla: impossibile definirla semplice “fotografa”, significherebbe offenderla. E a ragion veduta. Laura Venezia ha raccontato da insider tutta la carica emotiva che accompagna a quello che è definito l’evento degli eventi di Campobasso: il Corpus Domini e i suoi Misteri. Per non parlare del contributo dato all’editoria, prima vincendo il premio Campiello Giovani nel ‘96, e poi con il suo libro Light, 2018, da cui è tratta la mostra.

Laura Venezia “medico prestato alla fotografia”: non pensa sia una definizione inappropriata? "Forse è una definizione ingrata. Perché alla fotografia, come pure alla medicina, devi dare tutto. Senza sconti. E poi per me sono tutt'uno. Ho cominciato per caso, proprio fotografando le mie pazienti. La fotografia doveva essere solo il necessario complemento al mio lavoro di medico estetico, poi ho capito che stavo cercando qualcosa, stavo cercando me stessa".

Lei è passata alla storia per le immagini effettivamente legate alla tradizione a un racconto che assume caratteri di reportage. "Ho sempre avuto la fortuna di viaggiare tanto, quindi non mi aspettavo che tra i lavori più belli ci sarebbe stato un reportage legato alla mia terra d'origine, ad una tradizione spesso misconosciuta. Le radici sono importanti. E poi a fotografare i Misteri, anni fa, è venuto persino un grande come Gianni Berengo Gardin. La ringrazio per avere scritto "passata alla storia", mi sembra troppo, mi sento anche un poco inadeguata, davvero. Però ci tengo a dire che alcuni di questi scatti sono finiti quest'anno sulla scrivania dei giurati del prestigioso World Press Photo".

Alcuni scatti acquistano senso, magari per la prima volta, a distanza di decenni. Invece a distanza di un anno il libro e una mostra importante. Aveva previsto tutto questo? "Assolutamente no. Sono molto emozionata. E ringrazio chi ha creduto in me".

Le fotografie le raccontano storie che nel frattempo ha dimenticato o è difficile dimenticare quegli attimi? "Amo la fotografia perché, anche rispetto alla scrittura, preserva più di ogni cosa la memoria. Rispetto alla letteratura, compie la magia della memoria in maniera più indelebile ed efficace. Ciascuna foto è preziosa perché il fotografo ricorderà per sempre il momento in cui l'ha scattata, e questo sentimento è l'indicibile, " ciò di cui non si può parlare"- direbbe Wittgenstein".

La sua fotografia è assolutamente istintiva oppure quando scatta pensa anche alla tecnica? "Non sono assolutamente un fotografo 'tecnico'. Non possiedo cavalletti o flash, amo la luce naturale. La luce di Caravaggio o di Georges de La Tour. Però sono affascinata dal digitale e dalle meraviglie che può compiere. La tecnica dovrebbe sempre essere al servizio della luce".

Lei è medico e fotografa: qual è la battaglia delle donne oggi? Cosa vuole dire loro? "Non sono una femminista, non sono a favore delle quote rosa. Abbiamo bisogno di persone capaci, che siano uomini o donne. C'è da dire, però, che mi è capitato di pretendere che mi si chiamasse "dottoressa". Quando in ospedale si faceva tirocinio, ed ero già laureata, i pazienti chiamavano "dottori" solo i colleghi uomini. Noi altre eravamo "signorine". Una cosa antipatica, non trova? Sono un medico che ama prendersi cura dell'altro, ed ogni giorno ascolto storie femminili di profondo dolore. Ogni donna è un silenzio. Ma è anche un desiderio. Vorrei dire a tutte le donne che non dovrebbero smettere mai di percepirsi in quanto desiderio. Non bisogna mai smettere di sognare, è l'arma migliore contro l'invecchiamento".