#ludostorie_Lea Garofalo: il ricordo di una vita alla ricerca della serenità e la richiesta di perdono da parte del killer

“Non ho giustificazioni per quello che ho fatto: se esiste un aldilà ho bisogno che la vittima continui a disprezzarmi per non aver fatto nulla per fermare quella follia. La verità -scrive Vito Cosco in una lettera pubblicata da Il Giorno- è che io sono morto poco meno di dieci anni fa, insieme alla vittima, ma ancora non lo sapevo. Adesso lo so e sono pronto ad accettare qualunque cosa il destino mi riservi”. È con queste parole e con una ricostruzione dei fatti lontana da quella della Corte di Cassazione che Vito Cosco, il killer di Lea Garofalo, ha dichiarato di essere pentito del delitto. Dura la reazione di Marisa Garofalo, sorella di Lea, "Non ci sarà mai perdono per quello che avete fatto –ha commentato sui social- avete commesso un crimine con tanta ferocia nei confronti di una povera donna indifesa. Dovete rimanere dietro le sbarre e non vedere mai la luce del sole, fino a l'ultimo respiro, anche se nessuno ci darà indietro mia sorella, ci avete distrutto la vita. Rimarrete sempre dei vigliacchi assassini". Lea, quando è stata uccisa, aveva 35 anni e il desiderio di offrire un futuro sereno a sua figlia, Denise. Quel futuro lontano dalla mafia, dal sangue e dalla malavita che lei non aveva avuto. Nata il 24 aprile del 1974 a Petilia Policastro, da bambina sognava di diventare un avvocato ma a tredici anni si innamora di Carlo Cosco, membro come lei di una delle famiglie della mafia calabrese. I due decidono di andare a vivere a Milano dove Cosco inizia a frequentare un gruppo di spacciatori di Quarto Oggiaro e allaccia rapporti con un gruppo della ‘Ndrangheta da tempo presente in Lombardia. La relazione tra il ragazzo e la malavita calabrese si fa sempre più stretta, fin quando Cosco diventa il capo della ‘Ndrangheta a Milano. Nel frattempo, i due giovani sono diventati genitori di Denise ed è anche in nome di loro figlia che Lea cerca, invano, di far cambiare vita al suo compagno. A tal fine, per Lea, un anno cruciale è il 1996. Il 7 maggio, infatti, viene arrestato suo fratello, Floriano Garofalo, boss di Petilia Policastro e capo della malavita del capoluogo lombardo. Il fermo avviene dopo un blitz della polizia nello stabile di via Montello 6, proprietà della Fondazione del Policlinico occupato abusivamente da famiglie calabresi che gestivano l’attività di spaccio. Nello stesso anno anche Carlo Cosco viene arrestato per traffico di droga. Un evento che, per Lea, segna la fine della loro storia. La donna, infatti, parte con la figlia, tentando nuovamente di allontanarsi dalla mafia. Sarà sei anni dopo che Lea decide di diventare testimone di giustizia per far luce sulle faide interne tra la famiglia Garofalo e la famiglia del suo ex compagno. In questo modo, entra in un programma di protezione testimoni e fornisce informazioni riguardo omicidi di carattere mafioso che hanno avuto luogo alla fine degli anni Novanta a Milano. Tra questi, quello di Antonio Comberiati avvenuto nel 1995. La collaborazione di Lea, infatti, permette di capire quale sia il vero ruolo di Floriano Garofalo e Giuseppe Cosco, fratello di Carlo e detto “Smith” dal nome di una marca di pistole. È a seguito di queste testimonianze che inizia il legame tra Lea e il Molise. La donna viene trasferita a Campobasso dove, nel 2006, perde la tutela del programma di protezione. La sua collaborazione non è ritenuta rilevante alle indagini. Tuttavia, Lea non si abbatte e nel 2007 decide di rivolgersi prima al TAR, che rifiuta la sua richiesta, poi al Consiglio di Stato che la riammette al programma nell’aprile del 2009. A questo punto, però, è la stessa Garofalo a rinunciare alla tutela. Lea, sempre con sua figlia Denise, torna prima a Petilia Policastro e poi, di nuovo,  a Campobasso. Nel capoluogo molisano, Lea si trasferisce in un appartamento che le trova proprio  il compagno Carlo Cosco. Ma c’è un problema: la lavatrice non funziona bene. Lea chiama Cosco, riferendogli il fatto. Lui le promette che di lì a poco sarebbe arrivato un idraulico ma a presentarsi alla porta è Massimo Sabatino, un sicario. È grazie all’intervento della figlia che Lea riesce a salvarsi. Denise, infatti, si rende conto di ciò che sta succedendo e chiama immediatamente la polizia e ipotizza il coinvolgimento del padre. Nel novembre dello stesso anno, Cosco convince Lea ad andare a Milano per parlare del futuro della figlia. I due si trovano davanti all’Arco della Pace e decidono di parlare in presenza della figlia, fino a quando il padre dice di voler accompagnare Denise a trovare gli zii. Lea si rifiuta di recarsi dai Cosco e dà appuntamento alla figlia alla Stazione Centrale per tornare a casa in Calabria. Questa sarà l’ultima volta in cui Denise vedrà sua madre. Era il 24 novembre 2009. Sarà lo stesso Cosco a denunciare poi la scomparsa della donna. In seguito, le indagini riescono a far luce sulla scomparsa di Lea. L’ex compagno, con l’aiuto di due fratelli, ha torturato e ucciso con un colpo di pistola la donna, gettandola in 50 litri di acido e lasciandola lì per tre giorni. Il corpo è stato portato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza). Solo dopo la condanna in primo grado, Carmine Venturino inizia a confessare, permettendo agli inquirenti di ritrovare frammenti ossei e la collana della donna. A termine dell’iter giudiziario, il 18 dicembre del 2014, la Cassazione conferma l’ergastolo per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, la condanna a 25 anni di reclusione per Carmine Venturino e assolve Giuseppe Cosco per non aver commesso il fatto. La Corte d’appello aveva precedentemente disposto il risarcimento dei danni per la figlia, la madre, la sorella di Lea Garofalo e il comune di Milano, costituitisi parti civili nel processo. Oggi Denise vive sotto copertura in una località segreta e difende la memoria della madre. Il giorno dei funerali ha detto: ”Per me è un giorno triste ma la forza me l’hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene”.