#ludostorie in tour_Rocchetta Sant'Antonio: il Castello d'Aquino

(foto copertina di Giuseppe Palladino)

Paese che vai, usanze che trovi ma anche ricchezze nascoste che scopri. Un detto che si rivela vero sempre e ovunque. Per esempio, a poche ore dal Molise è possibile visitare Rocchetta Sant’Antonio, un paese di circa 1800 abitanti in provincia di Foggia. Chiamato in origine Oppidum Rocca, il borgo dei Monti Dauni non solo può vantare la presenza di paesaggi mozzafiato e bellezze architettoniche uniche nel suo genere ma anche il riconoscimento di “Bandiera Arancione”, un marchio di qualità turistico-ambientale che viene  assegnato dal Touring Club Italiano ad alcuni comuni sulla base di rigorose valutazioni quantitative e qualitative. Rocchetta Sant’Antonio, inoltre, è tra i 133 borghi in Italia e l’unico della Puglia ad avere la certificazione Emas, uno strumento creato dalla Comunità Europea grazie al quale le  organizzazioni si sottopongono volontariamente a controllo per valutare le prestazioni ambientali in base ad obiettivi precedentemente stabiliti. Tuttavia, tra cinque chiese (Chiesa Matrice dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, Chiesa di San Giuseppe, Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Chiesa della Madonna del Pozzo, Chiesa della Maddalena) e l’asparago selvatico come peculiarità gastronomica, a sorvegliare il paese è il Castello d’Aquino, uno dei pochi esempi di architettura militare di transizione che non ha subito modifiche. Il Castello è stato terminato nel 1507 per volere di Ladislao II d’Aquino e, negli anni, ha avuto diversi proprietari tra cui Sergio Caracciolo che si dice essere l’amante della regina Giovanna d’Aragona. Oggi, invece, è di proprietà privata della famiglia Piccolo. Ad erigerlo è stato l'architetto senese Francesco di Giorgio Martini, lo stesso che ha realizzato il castello di Carovigno con il quale ha in comune  la forma triangolare. Il castello, inoltre,  sul punto più alto è costituito da uno sperone di roccia e ha tre torri a ogiva di tipo casamattato. Si tratta di una tipologia che permette la coesistenza delle funzioni di difesa passiva e attiva. L’asse dell’ogiva è direzionato verso la cittadella e il motivo di tale orientamento è incerto. Può essere dovuto sia al fatto che sugli altri lati il castello si difendeva grazie al naturale andamento orografico del colle sia al fatto che il castello non ha mai svolto la funzione di difesa. In quest’ultimo caso, quindi, si tratterebbe di un simbolo di potere del barone. La parte interna del castello, invece, raramente è aperta al pubblico. Tuttavia, l'imponente edificio costruito in pietre calcaree giallo-ocra tipiche del luogo è distribuito su quattro livelli. A piano terra si trovano i principali locali di servizio, dai quali si accede al piano superiore dove sono ubicati tutti gli ambienti residenziali e si trovano gli stessi vani presenti al piano inferiore. Al terzo piano, infine, si estende un’unica stanza dalla quale parte la scala di accesso alla torre ogivale. Si può dire, quindi, che l’utilitas –la funzionalità- si sposa con la venustas –la bellezza- per dar vita ad una perfetta armonia di forme. Il tutto senza mai abbandonare le leggende che accompagnano ogni struttura del genere. Si narra, infatti, che nei sotterranei del castello ci sia una fossa dei rasoi fatta costruire da una certa Caterina, la feudataria del Castello definita da Federico Gentile una tiranna.