#ludostorie_Irene Cristinzio e Mino Pecorelli: il racconto dei parenti. E' la speranza a mantenere in vita

Alle elementari avevo paura di stare a casa da sola, alle medie di non raggiungere i miei obiettivi, alle superiori dell'indifferenza e dell'ipocrisia. Poi, il primo anno di università temevo di non farcela. Negli ultimi mesi, invece, mi fanno paura le rughe che iniziano a spuntare sul volto di mia madre e l'imprevedibilità della vita. Spesso penso che potrebbe accadere anche a me. Che anche io, un giorno, potrei ritrovarmi all'improvviso senza uno dei miei cari. E penso che vivere sarebbe difficilissimo, che il tempo attenuerebbe ma che poi in fondo farebbe male comunque. L'ho fatto anche l'altro giorno quando ho letto di un ulteriore appello da parte della madre di  Irene Cristinzio, scomparsa nel 2013. "Se avete un po' di coscienza fatemi rivedere mia figlia viva o morta". Allora ho preso coraggio e  ho contattato due dei tre figli di Irene e ho chiesto: "Ma come diventa la vita di un figlio dopo avvenimenti del genere?", "È possibile spiegare come ci si sente?", "Quali pensieri genera la mente?".
"Quando una persona cara sparisce all'improvviso, senza sapere nulla, tutto cambia. Vivi sempre con una strana sensazione addosso -racconta Gabriele- cerchi mille modi per trovare una soluzione che non viene. Pensi tutto, anche le cose più improbabili". 
"È difficilissimo spiegare come ci si sente - scrive Nicoletta -. In un'altra occasione avevamo  scritto queste parole: da quell'11 luglio le nostre vite si sono interrotte. Sono state spezzate. Molti dicono essere sospese  invece noi pensiamo siano state spezzate, strappate al presente con violenza e tradimento. Con la scomparsa inizia una nuova vita dove i punti di riferimento sono stati persi, la strada deve essere rintracciata ed il senso di disperazione e solitudine ci soffoca. È una vita di attesa. Questo dramma ha sconvolto le nostre esistenze e le ha marchiate con un profondo senso di incertezza, dell'attesa del ritorno di mamma, dell'attesa di risposte che non arrivano e dalla sensazione di impotenza e sospensione infinita. Ognuno di noi aspetta e stiamo attingendo a tutta la nostra speranza, determinazione e amore per condurre una vita normale senza smettere di lottare per la verità".
Parole che entrano nello stomaco come frecce anche se, in Italia, possono essere comprese da molti. Soprattutto da chi sfiora la giustizia senza mai toccarla. È questo il caso di Rosita, sorella di Mino Pecorelli, che ha chiesto di riaprire le indagini sull'omicidio del giornalista molisano ucciso a Roma il 20 marzo del 1979. Nella richiesta si sollecitano i magistrati a riaprire le indagini sulla base di una vecchia dichiarazione di Vincenzo Vinciguerra, ex estremista di estrema destra, raccolta dal giudice Guido Salvini nel 1992, nella quale sostiene di sapere chi avrebbe avuto in custodia la pistola usata per uccidere Pecorelli. Si tratta di un verbale trasmesso alla procura di Roma i cui accertamenti non hanno portato a sviluppi investigativi. L'avvocato Biscotti, ora, ritiene di avere acquisito nuovi elementi legati alla deposizione di Vinciguerra che porterebbero a individuare la possibile arma del delitto Pecorelli. "Cerco la verità e non mi arrenderò finché non l'avrò scoperta, commenta Rosita all'ANSA. Voglio solo sapere chi ha ucciso mio fratello". Ecco, queste storie ci insegnano che è la speranza a mantenere in vita, che la speranza può.